Quando Roberto Formigoni era presidente della Lombardia l’imprenditore Pierangelo Daccò, longa manus degli interessi della Fondazione Maugeri e del San Raffaele, era di casa alla Direzione sanitaria del Pirellone. Era così vicino al presidente che, “sistematicamente”, il governatore accoglieva le sue richieste e le imponeva al tavolo socio-sanitario che era l’organo che prendeva le decisioni importanti in materia di sanità. C’è un intero paragrafo, il 9.4, nelle motivazioni della sentenza di condanna dell’ex governatore, sulle pressioni esercitate sui funzionari perché le delibere di Giunta fossero cucite addosso alle esigenze dei due istituti tutelati dall’amico faccendiere. Che, in cambio secondo i giudici di Milano, pagava cene, vacanze e tanto altro. Al tavolo sedevano Formigoni, l’assessore alla Famiglia, quello alla Sanità, quello al Bilancio, i rispettivi direttori generali e il segretario generale. “Si trattava di un asse molto forte – scrivono i giudici – poiché composto da persone molto vicine al presidente…”. Quello che veniva deciso al Tavolo poi “diventava un atto di Giunta. Era come fare una pre-giunta – ha raccontato in aula Renato Botti, ex direttore generale – insomma, ecco, era evidentemente un elemento condiviso dei vertici tecnici, dai vertici politici, sulle materie di competenza, quindi era un momento importante, decisionale”.

Formigoni padre-padrone della sanità “aveva sempre l’ultima parola”
E in tale contesto il presidente Formigoni, sottolineano i giudici, aveva sempre l’ultima parola. “Questo è noto a tutti. Formigoni ha fatto della Sanità il suo cavallo di battaglia in quegli anni e indubbiamente la persona che alla fine aveva l’ultima parola era il presidente”. Un meccanismo, ricordano i magistrati, confermato anche dall’ex assessore Alessandro Ce’ – “la situazione era castrante” – dall’imputato Nicola Maria Sanese, segretario generale del Pirellone, che per l’accusa aiutava Formigoni a garantire una “protezione globale” alla Maugeri e che è stato assolto. Formigoni poteva “concretamente influire sul contenuto delle delibere. Egli non era pertanto una ‘testa senza braccia’ – chiosano i giudici – come definito dal difensore nelle conclusioni”. Tutti sentivano il fiato sul collo del presidente che pretendeva che anche il nuovo direttore generale Carlo Lucchina (assolto) ricevesse Daccò e “quando le richieste di Daccò non erano compatibili con gli stanziamenti delle funzioni, arrivavano richieste di adeguare questi ultimi. In qualche caso ciò era avvenuto anche contro il parere della struttura tecnica”.

Del resto il Celeste sapeva essere “molto stringato nelle comunicazioni” e non aveva bisogno di spiegare il perché. Uno dei testimoni ha raccontato come Lucchina gli avesse confidato che “le pressioni… si erano intensificate in modo insopportabile” e che si “era rassegnato” a ricevere Daccò “senza più formalismi e senza neppure una parvenza di discussione e confronto sugli specifici temi si carattere socio-sanitario”. L’attendibilità di questi testi, per i giudici, è stata riscontrata dalle lamentele messe per iscritto contro le pressioni finite agli atti del processo. E come ha raccontato un altro teste: “Gli input arrivavano e bisognava escogitare sempre nuove soluzioni tecniche per venire incontro alle esigenze economiche della Fondazione Maugeri e del San Raffaele”. Tutti i funzionari “sapevano che Daccò era particolarmente vicino al presidente Formigoni e che ciò era un motivo importante per considerare con attenzione le sue richieste”. Del resto la volontà del presidente “era considerata legge e non aveva bisogno neanche di una parvenza di motivazione“.E nelle occasioni in cui i funzionari davano atto dell’impossibilita sui piano tecnico di accedere a soluzioni favorevoli Maugeri e San Raffaele il Celeste, magari pensando a dove avrebbe passato le vacanze natalizie e se avesse cenato da Sadler o Peck, interveniva imponendo la sua posizione. Che poi di fatto era quella di coloro che, secondo i giudici, in più anni lo corrotto con “almeno di milioni di euro”.

Il finanziamento alla campagna elettorale e “i conti correnti morti”
Non solo viaggi, cene e vacanze. Secondo i giudici della X sezione penale Formigoni aveva anche disponibilità di contanti. Tutti soldi prelevati da Daccò dai conti, oltre 10 milioni e mezzo di euro, non spariti nel nulla ma per i magistrati sono finiti a Formigoni. Del resto uno dei conti del senatore, il 2990 della Banca Popolare di Sondrio aperto nel 2007, risultava, al 2012, con una sola uscita per un bonifico di 1000 euro a favore del Popolo delle Libertà. Da un altro conto i soldi in uscita erano stati a favore di Forza Italia (45mila euro circa), a favore dell’amico e convivente Alberto Perego (1 milione 487mila euro) per l’acquisto della villa in Sardegna (acquistata grazie a Daccò a prezzo di favore) e poi bonifici a favore delle fidanzata Emanuela Talenti.

Un’operatività dei conti anomala come ha spiegato in aula il maresciallo della Finanza D’Agostino: “Sì, l’anomalia era rappresentata dal fatto che questi conti – possiamo definirli morti – cioè non presentavano una operatività di esigenza quotidiana che poteva avere l’intestatario del conto: non ci sono pagamenti con la carta di credito, non ci sono prelevamenti bancomat, non ci sono pagamenti che ogni persona ha, le necessità quotidiane anche andare a fare la spesa al supermercato… Un dato importante perché i costi di mantenimento, l’utilizzo delle imbarcazioni, i viaggi, cioè non c’è neanche una spesa per un souvenir, tanto per dire, preso ai Caraibi…”. Del resto lo stesso Formigoni, durante le sue dichiarazioni spontanee, aveva detto che quando era presidente non sarebbe riuscito a pagarsi neanche un caffè o il barbiere.  Il Celeste non usava le carte neanche per l’abbigliamento o per i viaggi in Sardegna o Rimini. Perché, è la tesi dei giudici, pagava in contanti. I soldi della corruzione.

C’è poi anche un capitolo che riguarda un “pagamento straordinario” raccontato ai pm prima e ai giudici poi da Costantino Passerino, direttore della Maugeri, per la campagna elettorale del 2010: 600mila euro. Racconto confermato da Umberto Maugeri che, a fronte della richieste insistenti di Daccò, pretese “almeno un ringraziamento”. Due i biglietti arrivarono, dopo molte sollecitazioni, a giugno e settembre 2010, a firma di Roberto Formigoni.