La violenza, fisica e verbale, intorno alla discussione sulla riforma dello Ius soli è la dimostrazione concreta dell’esistenza del razzismo in fette della nostra politica e della nostra opinione pubblica. Il nocciolo della questione per cui c’è tanta animosità è semplice: chi nasce in Italia, pur avendo genitori stranieri, acquisisce la cittadinanza italiana oppure no? E si rimane alla legislazione attuale dello ius sanguinis, cioè l’acquisizione del diritto alla cittadinanza perché figli di almeno un genitore italiano.

Pierfrancesco Majorino, in quota Pd, assessore alle Politiche sociali del Comune di Milano, intervenendo ieri sera a una trasmissione tv ha detto una frase molto condivisibile che suonava più o meno così: “Mio figlio e i suoi compagni, anche se nati in Italia da genitori stranieri, devono essere tutti uguali di fronte alla Costituzione. Questo perché frequentano la stessa scuola, crescono insieme nella condivisione di determinati valori e di un percorso comune“. Parole da sottoscrivere, anche se rispecchiano la posizione di un singolo o una corrente forse minoritaria di un partito che pare pronto a calare le braghe su questo tema se messo alle strette.

A rispondere a Majorino c’era Massimiliano Fedriga, Lega Nord, che ha ribattuto: “La cittadinanza è, in un certo senso, la certificazione dell’avvenuta integrazione“. In sostanza, per l’esponente della Lega Nord, 18 anni è il tempo congruo a un giovane, nato e cresciuto nel nostro Paese, per intraprendere e concludere il percorso con cui deve dimostrare la sua avvenuta integrazione. Chi si occuperebbe di certificare e con quali criteri questa ‘integrazione’ nessuno lo sa. Forse un apposito tribunale che sceglie a chi dare la cittadinanza in base al grado di italianità e di sicurezza che dimostra il candidato.

Tempo fa, un amico, scherzando, suggeriva di introdurre lo ius culturae: ti diamo la cittadinanza se dimostri di conoscere la cultura e la storia italiana perché l’identità è fatta anche di questo. In altri termini e modalità, lo ius culturae è presente nella riforma detta “ius soli temperato” e prevede che il minore straniero che abbia completato sul territorio nazionale 5 anni di studio ottenga la cittadinanza. Ma se, invece, si introducesse nelle modalità suggerite da quel caro amico il problema è che con quello ius culturae, vivendo in un tempo di post-verità, rischieremmo di creare uno stato di apolidi. Con buona pace dei fascisti del terzo millennio.