di Flaminio de Castelmur per @SpazioEconomia

La vicenda del Qatar, accusato da Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Bahrain di finanziare gruppi terroristi e che per questo hanno interrotto i rapporti diplomatici, ci incuriosisce per i suoi aspetti economici internazionali, più che per il rischio concreto di escalation militari. Il piccolo Stato mediorientale, infatti, gestisce uno dei più grandi fondi sovrani, alimentato dalla vendita del gas, di cui possiede le maggiori scorte mondiali. Tale fondo è molto attivo negli investimenti sui mercati finanziari e immobiliari del mondo e come tale potrebbe costituire un problema per gli assetti globali.

Innanzitutto, ricordiamo che i fondi sovrani sono fondi di investimento di proprietà diretta o indiretta di enti nazionali o governativi, banche centrali o organismi governativi, che si differenziano tra loro secondo la provenienza dei capitali e le strategie di investimento operate. Generalmente, derivano i loro fondi da avanzi primari delle economie nazionali a cui appartengono, generati dall’esportazione di risorse naturali energetiche o produzioni nazionali di beni e servizi e operano a lungo termine, investendo originariamente in partecipazioni finanziarie e industriali o in immobili. Ultimamente questa distinzione si è stemperata grandemente. La genesi temporale deriva dai primi anni dei cosiddetti “petrodollari” per arrivare agli ultimi in ordine di tempo, generati dal surplus di economie come quella cinese

Lo scopo della loro fondazione deriva dall’esigenza di gestire le masse enormi di denaro dei business originati, investendole adeguatamente per ottenere utili svincolati dal destino delle economie delle nazioni proprietarie e del prodotto alla base dell’accumulo. Così da garantire alle generazioni future di quegli Stati una tranquillità economica duratura, mitigando anche le fluttuazioni di bilancio che potrebbero intaccare le risorse pensionistiche e previdenziali nazionali. Caratteristiche comuni alla maggior parte dei fondi sovrani è la gestione svincolata da quella delle economie nazionali, la propensione ad investire all’estero i propri capitali e la scarsa presenza di passività implicite nei loro bilanci. I capitali sono disponibili e non vincolati a scopi statutari come quelli dei fondi pensione. Attualmente, esistono 84 fondi sovrani che operano in tutto il mondo e gestiscono un totale di 5,9 miliardi di dollari (4,7 miliardi di euro), i principali dei quali vengono elencati nella tabella seguente.

Come possiamo notare, le prime nove posizioni derivano da proventi, come sopra elencati, generati dal commercio di Commodities (generalmente idrocarburi solidi e gassosi) e dal surplus commerciale delle economie nazionali. Tornando al casus belli di questo articolo, cosa potrebbe comportare l’isolamento del Qatar da parte delle Nazioni confinanti e i successivi downgrade (riduzione del rating di una società) e problemi finanziari che ciò comporterà?

La vocazione internazionale sopra menzionata dei fondi sovrani ha portato infatti tale agglomerato finanziario a investire negli Usa in modo diversificato fra proprietà e media, in Asia con la prevalenza di energia e grattacieli e in Europa, nella quale, dopo la crisi finanziaria, il fondo Qatar investment authority (Qia) è intervenuto a sostegno di numerose banche: da Barclays (la quota è ora al 6,3%) a Credit Suisse, fino in tempi recenti a Deutsche Bank (più del 10% è di sua proprietà). In Italia, come risulta dai dati del ministero dello Sviluppo economico aggiornati a settembre del 2015, i rapporti commerciali con il Qatar raggiungono un valore di circa 1,7 miliardi di euro, comprendendo partecipazioni azionarie (Qatar airways possiede il 49% di Meridiana, tramite la società Mayhoola for investment, i reali hanno comprato la maison Valentino per 700 milioni di euro) e investimenti immobiliari, primi fra tutti la partecipazione del 100% di Porta Nuova, che ha consegnato agli emiri l’intero quartiere di Milano, noto, a livello internazionale per il grande progetto di riqualificazione e per il Bosco verticale di Boeri, giudicato l’edificio alto più bello del mondo, e l’acquisto praticamente totale della Costa smeralda. Oltre a vari immobili e alberghi di prestigio.

Non dimentichiamo gli investimenti in Gran Bretagna, che arrivano a valere almeno 40 miliardi di dollari. Le conseguenze di una crisi finanziaria della piccola Nazione, in un periodo di bassi prezzi degli idrocarburi e quindi di minori incassi, potrebbe destabilizzare diversi comparti delle economie mondiali, come visto intrise di partecipazioni e interessi degli Al Thani. Le partecipazioni gestite in modo da massimizzare i profitti a scapito della gestione corretta o la messa in vendita di proprietà e altri asset in modo accelerato e caotico, d’altra parte potrebbe cambiare pesantemente il livello dei prezzi medi di tali settori.

In senso più ampio, sarà interessante seguire anche l’evoluzione degli investimenti dei vari fondi (per esempio il potentissimo Cic, fondo sovrano cinese) e come potrà influire sugli eventi interni alle Nazioni e Continenti interessati. Le turbolenze dei mercati delle commodities o del commercio mondiale, potrebbero significare molto di più dei semplici numeri da loro generati.

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