Il Partito Democratico potrebbe tornare a occupare la storica sede romana di via dei Giubbonari o, mal che vada, salvarsi dal pagamento di circa 140mila euro di presunte morosità arretrate nei confronti del Comune di Roma. Colpa (o merito) di un fascicolo smarrito 25 anni fa, sequestrato durante l’inchiesta Tangentopoli e mai tornato in Campidoglio. “Senza quelle carte, i funzionari capitolini non hanno potuto mettere mano al contratto di locazione già in essere – spiegano gli avvocati dei dirigenti comunali chiamati a rispondere davanti alla magistratura contabile – e dunque non avrebbero potuto cambiarne né la natura né l’importo”. Un buco nella pratica che renderebbe dunque annullabile lo sfratto arrivato nel 2015 ed eseguito il 27 ottobre 2016, dopo le sentenze del Tar del Lazio e del Consiglio di Stato. Un fatto completamente nuovo, emerso durante l’ennesima udienza in Corte dei Conti dell’inchiesta “Affittopoli”, portata avanti dal procuratore Guido Patti, che vede coinvolti sette fra dirigenti e funzionari capitolini che hanno avuto negli ultimi 10 anni all’interno del Dipartimento Patrimonio del Comune.

DALLA CASA DEL FASCIO ALLA SEZIONE DI TOGLIATTI
Le sede di via dei Giubbonari sorgeva al piano terra di un edificio di pregio del XVI secolo a due passi da Campo de’ Fiori, dunque nel cuore di Roma. Durante il regime mussoliniano, il Partito Nazionale Fascista vi creò la sua Casa del Fascio, ma nel 1947 l’immobile passò ufficialmente nella disponibilità del Comune di Roma che, a sua volta, lo assegnò al Partito Comunista Italiano, proprio per segnare la netta discontinuità con il passato. Inizialmente con il Pci fu stipulata una concessione di un anno poi, secondo le ricerche effettuate dall’avvocato Alessandro Fusillo, venne realizzato un contratto di locazione vero e proprio, con durata variabile. “Si possono trovare tracce di questi accordi nei registri catastali – spiega il legale a IlFattoQuotidiano.it – in realtà la locazione non si è mai interrotta”. Con l’approvazione, nel 1978 della legge 392 sull’equo canone, il contratto poteva considerarsi rinnovabile automaticamente: “Lo prevedeva la normativa – afferma ancora l’avvocato – il Pci prima, poi i Ds e quindi il Partito Democratico hanno sempre ricevuto i cedolini, anche quando la gestione del patrimonio è finita in capo alla Romeo Gestioni, mentre gli importi assegnati risultano sempre pagati”. E i 140mila di morosità? “E’ rappresentata – conferma Fusillo – dalla differenza fra l’importo calmierato e quello che la procura contabile ipotizza se l’immobile fosse stato dato in affitto a canone di mercato. Ma è un importo ipotetico: il contratto diceva il contrario”.

IL GIALLO DEL FASCICOLO
La domanda potrebbe essere: perché le parti non hanno mai lavorato per regolarizzare la situazione? Ecco dunque spuntare il giallo del fascicolo smarrito. Ai dirigenti comunali, infatti, risulta che l’incartamento fu sequestrato all’inizio degli anni ’90, nell’ambito di un filone romano su Tangentopoli, ma non risulta essere mai tornato alla base. “Potrebbe stare ancora a Piazzale Clodio – ipotizza Fusillo – o forse è stato mandato in Soprintendenza. Oppure è andato perduto chissà in quale modo. Fatto sta che l’assenza del fascicolo non ha permesso di operare per modificare il contratto di locazione”. Una vicenda che sorprende anche Giulia Urso, ultima segretaria del Pd Centro Storico (anche se oggi arruolata fra ‘scissionisti’ di Articolo 1 Mdp): “Ricordo che in effetti c’era un buco nella documentazione – racconta a IlFattoQuotidiano.it – Noi avevamo notizia solo di una concessione, di un anno, datata 1947, poi il vuoto. Nemmeno dall’accesso agli atti sono uscite notizie utili, tanto che i nostri ricorsi alla giustizia amministrativa sono stati perduti”.

IL VINCOLO E L’ATTESA PER LA SENTENZA
Con l’ultima udienza, si attende soltanto la sentenza della Corte dei Conti, attesa per la prossima settimana. In caso di accoglimento delle tesi della difesa – che finora, su tutto il caso Affittopoli, sta facendo man bassa di assoluzioni – il Pd potrebbe dunque essere esentato dal “restituire” i soldi al Comune di Roma. E non è tutto. Oltre all’edificio, la Soprintendenza ai Beni Culturali avrebbe vincolato anche la targa dedicata al partigiano gappista Guido Rattoppatore, fucilato dai nazisti nel 1944 e per 70 anni simbolo della sezione. Proprio per questo motivo, è quasi impossibile che la sede possa essere assegnata dal Comune a un esercizio commerciale o comunque affidata a prezzo di mercato: piuttosto, più idoneo sarebbe farvi sorgere un “museo della Resistenza”. Oppure, chissà, riassegnarlo agli eredi (sulla carta) del Partito Comunista Italiano.