L’imprevedibilità. Se c’è una cosa che tutti, amici e nemici, sono pronti a concedere a Donald Trump è la capacità di scegliere strade impreviste, inaspettate, creando un clima di sorpresa e di suspence attorno alle sue decisioni. E’ stato così durante la campagna elettorale, quando Trump è andato contro ai consigli di moderazione e “normalizzazione dei suoi collaboratori. Ma è stato così anche durante questi primi mesi di presidenza. Trump ha spesso preferito seguire il suo istinto, scegliendo atti clamorosi (il licenziamento del direttore dell’FBI James Comey) o lanciandosi in scontri poco consoni al suo ruolo internazionale (per esempio, con il presidente messicano Enrique Peña Nieto).

In occasione del ritiro dall’accordo sul clima di Parigi, questa imprevedibilità ha toccato vertici mai sperimentati. Trump ha preparato il campo all’addio all’accordo con una serie di tweet che annunciavano la prossima decisione. Una serie di funzionari della Casa Bianca hanno fatto filtrare notizie opposte – “si ritira dal Trattato”, “non ha ancora deciso” – che hanno contribuito a confondere le acque. Nelle ultime ore la Casa Bianca si è trasformata in una sorta di campo di battaglia, con il presidente che ascoltava opinioni opposte riservandosi poi di decidere – come un signore rinascimentale. Stephen Bannon e Scott Pruitt e i repubblicani della Rust Belt erano per ritirarsi. Rex Tillerson, la figlia Ivanka, buona parte del mondo imprenditoriale Usa, per restarci.

Rispetto al passato, questa volta c’è però stato qualcosa di diverso. L’imprevedibilità non è parsa il risultato di un temperamento istintivo, incapace di adattarsi al passo felpato della politica di Washington, in grado di “sentire” passioni e richieste del suo elettorato senza dover passare attraverso numeri e analisi. Questa volta l’elemento razionale, di “costruzione” dell’evento, è stato preponderante. Trump può aver voluto dare l’impressione di prendere una decisione dopo aver oscillato da una parte e dall’altra; dopo essersi scontrato con vecchi e nuovi alleati (vedi Angela Merkel). In realtà, il copione dell’abbandono dell’accordo di Parigi è stato studiato nei minimi termini: tweet, fughe di notizie, consiglieri che consigliano e il mondo che aspetta. Mai, nella storia della sua presidenza, la suspence è stata costruita in modo così studiato ed efficace.

A cosa è servito il copione? Sicuramente, a trasmettere un’immagine di leadership ai settori più affezionati del suo elettorato. La denuncia della politica ambientale di Barack Obama è stata uno dei temi forti di Trump in campagna elettorale. In più di un’occasione, il suo nazionalismo economico, il suo isolazionismo diplomatico, si sono espressi attraverso la promessa di abbandonare l’accordo di Parigi. Che fosse davanti ai minatori del West Virginia o del Kentucky o agli operai senza fabbriche della Pennsylvania, Trump ha dato al tema dell’America First un carattere indubitalmente aggressivo nei confronti delle strategie ambientali della precedente amministrazione, accusata di far perdere posti di lavoro americani a vantaggio di altre economie.

Trump doveva quindi agire, mostrare di tenere la promessa. Soprattutto in un momento in cui altre promesse non riesce a mantenerle (per esempio, il trasferimento dell’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme); e in cui la sua capacità di agire sul piano legislativo appare seriamente compromessa – non una sola grande riforma è riuscita a passare per il Congresso. Il carattere eminentemente retorico, dimostrativo, scenografico del suo annuncio sugli accordi di Parigi è del resto dimostrato anche da una serie di altri fatti. Con ogni probabilità, imprese come Apple, Microsoft, Google e Walmart – per non parlare di grandi metropoli come New York e Los Angeles – continueranno la loro transizione verso le energie rinnovabili. E il ritorno al carbone non sarà che un pallido e inutile modo per creare nuova occupazione. Ci sono circa 50mila posti di lavoro, oggi, nel settore del carbone, contro 400mila tra solare ed eolico: nessuno pensa davvero che il futuro dell’economia americana sia nelle miniere.

Nonostante questo, Trump aveva comunque bisogno di parlare al suo elettorato e mostrare di essere in controllo della situazione. C’è però, in questo caso, anche qualcosa d’altro. La regia attentamente studiata per l’annuncio, l’attenzione mediatica mai così sollecitata, mostrano che Trump ha in questo momento disperatamente bisogno di concentrare l’attenzione su una serie di temi – l’ambiente, il lavoro, il rapporto degli Stati Uniti con il resto del mondo – e sviare quella stessa attenzione da altre questioni. Quali siano queste altre questioni non è difficile indovinarlo; hanno a che fare con la Russia e con le indagini in corso sugli uomini del presidente.

Se venissero confermate le anticipazioni di queste ore, la settimana prossima potrebbe infatti rivelarsi molto difficile per Trump. Mercoledì la Commissione intelligence della Camera ha emesso sette subpoena, le citazioni a comparire, collegate all’indagine sul Russiagate. Tra i convocati ci sono l’ex consigliere alla sicurezza nazionale Michael Flynn e l’avvocato personale di Trump, Michael Cohen. Nel caso rifiutassero di testimoniare, o di consegnare i documenti richiesti, potrebbero essere accusati di disprezzo del Congresso. La situazione, per i due, non è brillantissima. Cohen si era rifiutato di cooperare, a meno di ricevere una subpoena; cosa che è puntualmente avvenuta. Ancora più preoccupante la situazione di Flynn, che si è dovuto dimettere dopo essere stato beccato a mentire al vice presidente Mike Pence sui suoi rapporti con la Russia. Flynn peraltro è in trattative con la Commissione intelligence del Senato per consegnare i documenti che riguardano i suoi rapporti, passati e presenti, con il Cremlino e soggetti privati russi. La consegna dovrebbe avvenire, per l’appunto, la settimana prossima. In un primo tempo il generale aveva rifiutato di consegnare i documenti e invocato le protezioni del quinto Emendamento sull’auto-incriminazione.

Prosegue anche l’inchiesta dell’Fbi sui “canali riservati” chiesti dal genero di Trump, Jared Kushner, durante un incontro a dicembre con l’ambasciatore russo alla Trump Tower (Kushner, allora, era un privato cittadino). Anche qui, la Casa Bianca nega qualsiasi addebito. Ma le cose non sembrano così pacifiche per Kushner – che in effetti negli ultimi giorni è sparito dal radar dei media e che alcune fonti dicono essere pronto a lasciare Washington per tornarsene a New York. Kushner, insieme a Trump, avrebbe voluto che il White House Counsel, Don McGahn (è l’uomo nominato dal presidente per sovrintendere alle questioni legali) dettasse una dichiarazione pubblica per cancellare qualsiasi sospetto sulla condotta di Kushner. McGahn si è rifiutato di farlo, lasciando il compito all’avvocato personale di Kushner. La giustificazione formale è che un intervento nel caso di Kushner avrebbe finito per chiedere altri interventi di questo tipo nel futuro. I collaboratori di McGahn segnalano invece l’incertezza giudiziaria in cui lo stesso Kushner potrebbe essersi infilato.

Ma il vero colpo di scena, la prossima settimana, potrebbe esplodere in un’aula del Senato. E’ qui, davanti alla Commissione intelligence, che arriverà a testimoniare James Comey, il direttore dell’Fbi cacciato da Trump nel mezzo delle indagini sul Russiagate. I senatori e Robert Mueller III, lo Special Counsel nominato per indagare sul caso russo, stanno ancora discutendo con Comey sui parametri legali di domande e risposte. Con ogni probabilità, Comey non discuterà (la testimonianza è infatti pubblica e ripresa dalle TV) i dettagli delle inchieste dell’Fbi. Quello che però Comey potrebbe dire è che Trump intervenne personalmente su di lui per bloccare l’indagine su Flynn.

Sarebbe un’accusa esplosiva: quella di un presidente che usa il suo potere e interviene su un altro corpo dello Stato per bloccare un’indagine che lo riguarda. Si tratta ovviamente dello scenario peggiore per Donald Trump, ciò che potrebbe far partire un procedimento di impeachment, ciò che spaventa di più il presidente e i suoi collaboratori. Alla luce di tutto questo, il caos e la suspence creati sull’accordo di Parigi prendono allora un senso nuovo: quello di una manovra diversiva, per distrarre l’attenzione degli americani e del mondo da cose ben più imbarazzanti.