Quando P. entra nel locale sono a metà della mia pinta. Il suo sorriso si oscura quando indovina la sagoma inconfondibile del bicchiere, il logo e le lettere bianche contro il tessuto scuro della stout. P. agguanta l’estremo del bancone, scruta il frigorifero passando in rassegna le etichette colorate, ne punta una mentre appoggia il corpo su uno sgabello al mio fianco.

– Sentito?

– Cosa?, gli dico alzando la pinta famosa verso la sua faccia, ad allontanare ogni fastidiosa domanda.

– Alla fine anche loro si sono venduti. Punk per modo di dire…

Ho capito di chi parla, non è più una notizia, ma già una cronaca ingiallita. Eppure, per un minimo sindacale di attenzione, lo lascio spiegare.

– Di chi parli?

Brewdog, ovviamente. Una vita a parlare di rivoluzione, e poi…

A dieci anni dalla fondazione e dopo diverse campagne pubblicitarie provocatorie contro i “gatti grassi” della finanza e i giganti della produzione di lager senza identità, i soci fondatori di Brewdog James Watt e Martin Dickie hanno ufficializzato la vendita di circa 22% delle azioni a una società di investimento di San Francisco, Tsg Consumer Partners. A seguito di una valutazione di un miliardo di sterline, 100 milioni saranno investiti in azienda mentre 113 milioni sono finiti agli azionisti: gli assegni più grossi sono stati firmati per i due amici Watt e Dickie, trasformando i punk di un tempo in ricchissimi responsabili di un marchio di casa nei pub e supermercati di mezzo mondo.

Guardo P. scuotere la testa e penso che potrei sovrapporre i suoi tratti a quelli dei fondatori di Brewdog. I fili della barba (pare sia un requisito per amare la birra di qualità: in Oregon, incastrato tra la peluria del mastro birraio di Rogue, hanno ricavato persino il lievito da inoculare in un’ale); le magliette giovani; l’enigma di un sorriso scanzonato che si deforma in un’espressione seria di sfida. P., James e Martin fanno parte della stessa brigata lanciata contro la birra industriale, ma è solo il mio amico a cercare con fatica nel portafoglio una banconota da scambiare con una bottiglia importata. I due ex ragazzi di Aberdeen, ex arrabbiati, sono invece novelli re Mida: hanno trasformato le loro Ipa dorate in un fiume di denaro.

Io lo sapevo dall’inizio – riattacca P. – Aspettavano solo il momento migliore per passare alla cassa. Era solo un bluff..

Ho fatto un giro tra i commenti nello spazio nebuloso della blogosfera: c’è chi parla di sell out, chi annusa ipocrisia. Eppure, al di là di un pesante blocchetto di azioni, conservando tuttavia una quota per esercitare pieno controllo oltre che salvarsi la faccia sul mercato Usa (dove si perde l’identità di produttore artigianale se il 25% è in mano a un soggetto non craft), cosa avrebbero “svenduto” Watt e Dickie? Quale tradimento avrebbero consumato dopo dieci anni di lavoro per rendere popolare il sogno di produrre soltanto birre che avrebbero voluto bere? Tra l’altro, il voltafaccia di Brewdog al verbo artigianale avrebbe origini più lontane: il marketing aggressivo, teso a vendere il bene immateriale della loro rivoluzione; gli accordi di distribuzione con il gigante dei supermercati Tesco o con la catena dei pub low cost Wetherspoons; la serie tv girata per il canale “Esquire”.

In fondo – provo a confortare P. – ogni giorno nascono nuovi micro birrifici, anche qui in Italia.

Certo, ma non appena diventano bravi si comprano anche quelli. Ci hanno tolto anche questa gioia – e a conclusione della frase scola l’ultimo dito dalla bottiglia. Lo vedo ingoiare amaro: è così arrabbiato da aver dimenticato i residui della rifermentazione in bottiglia. Vorrei chiedergli chi, secondo lui, ci sarebbe dietro a questa congiura. Da quando la rivoluzione craft è partita negli Usa negli anni ’80, si parla di movimento della birra artigianale. Un movimento per definizione non è istituzionalizzato, vive i cambiamenti del tempo e della pratica. Nel continuo mutarsi delle forme, con l’ingresso quotidiano di nuovi attori e stili, non è normale immaginare anche diversi modelli di proprietà? Ci sono produttori micro e impianti enormi, c’è chi resta indipendente e chi soggiace ai richiami miliardari dei gruppi, chi vende un numero limitato di bottiglie nei birrifici e chi esporta in tutto il mondo. E ora c’è chi, come Brewdog, dopo aver provato con il crowdfunding, si affida a un socio finanziario per alimentare i propri ambiziosi progetti.

Tsg è una società di private equity con trent’anni di attività di investimento nel settore alimentare. Nel messaggio di Watt indirizzato ai suoi punk per presentare l’accordo sono citate alcune società partecipate da Tsg con l’esclusione di Pabst Blue Ribbon, emblematico esempio delle birre mainstream contro cui Brewdog ha sempre scagliato le sue invettive. Un caso di memoria selettiva per chi aveva dichiarato di smettere di servire nei propri locali etichette acquisite da multinazionali.

Ma Tsg è anche unica nel suo continente a credere nella parità di genere, distribuendo in perfetta eguaglianza tra i due sessi i propri dipendenti contro un misero 13,7% di media di impiegate donne nel settore private equity (dati Preqin 2015). Come non esiste un solo tipo di birrificio, così forse è anche per chi opera nella finanza e rinforza le ali dei punk del luppolo?

Saluto P. Lo osservo scomparire nell’immagine riflessa dello specchio dietro al bancone dove la sua indignazione si scioglie nella mia confusione, il suo viso è diventato il mio. Effetto dell’alcool? Ordino un’altra pinta per affogarci dentro una risposta, inutile pensarci troppo o incattivirsi. È solo birra.

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