La maggior parte ha seguito la diretta dalla televisione di casa con l’occhio sinistro mezzo chiuso perché, comunque, faceva troppo male. Chi si è riciclato in fretta era ospite di qualche live tv per commentare e dire che “sì, si può andare avanti anche così”. I meno coraggiosi hanno convocato i militanti più stretti perché assistere da soli alla sfilata del neopresidente francese Emmanuel Macron davanti al Louvre, in una piazza senza simboli di partito e che balla musica da discoteca, era troppo anche per chi la politica la vive da una vita. Sono i reduci dei partiti tradizionali spazzati via dal loro pupillo, quasi per tutti e per molti di più di quelli che si immagina, e sono loro che adesso vagano confusi in cerca di un’identità. Il primo turno delle elezioni ha decretato il loro azzeramento e in un clima di rompete le righe, il dilemma è come continuare ad esistere tra la corsa al carro del vincitore e la scalata dentro il partito. La ferita è profonda e non riguarda solo il Ps. Peggio di chi ha visto dilapidare una maggioranza in 5 anni, stanno solo quelli che hanno perso l’elezione “imperdibile”, sommersi dalle polemiche per il loro candidato coinvolto nell’inchiesta sugli impieghi fittizi alla moglie: i Repubblicani. Ma due elefanti come il partito socialista e quello post-gollista non possono sparire da un giorno all’altro: “I partiti tradizionali sopravviveranno”, dicono unanimi i dirigenti con il tono solenne della profezia ai loro più fidati collaboratori.

Di sicuro c’è stato un terremoto e questo avrà delle conseguenze. Quando in Rue Solferino, la sede del Partito socialista in Francia, descrivono il primo turno delle elezioni presidenziali, il tono è quello della catastrofe. “Io sono triste, ma me lo aspettavo”, dice a ilfattoquotidiano.it un alto dirigente del partito che accetta di parlare solo a condizione di restare anonimo. Sei per cento, un risultato ai minimi storici, come avversario uno dei loro, Macron, uno che si sono cresciuti in casa e che ora si trovano costretti a rincorrere come avversario. Ma per chi vive la stanze del potere da decenni sa che niente è per sempre. “In politica tutto va molto veloce”, continua il dirigente socialista. “Anche dopo la sconfitta di Lionel Jospin nel 2002 ci avevano detto che eravamo spacciati e invece cinque anni dopo eravamo già in piedi. E’ pazzo chi pensa che partiti con una così grande storia alle spalle possano sparire da un giorno all’altro. Ci sarà una lotta interna e sarà dura, ma ne usciremo”.

Le classi dirigenti del passato recente sanno bene come sopravvivere, specie di fronte ai grandi movimenti e per questo stanno già pensando alle prossime elezioni. Il neo-presidente dovrà infatti fare i conti con un secondo round di consultazioni per la formazione del Parlamento e dovrà soprattutto evitare la “coabitazione”, ovvero la situazione scomoda di non avere una maggioranza. Secondo le ultime rivelazioni di OpinionWay-Slpv analytics, pubblicate da Les Echos il 4 maggio scorso, Macron potrebbe avere la quasi maggioranza assoluta prendendo tra i 249 à 286 seggi: subito dietro i Repubblicani tra 200 e 210, mentre il Front National di Marine Le Pen non supererebbe una quota di 15-25 (pur potendo riuscire a far passare almeno 100 deputati al primo turno). Azzerato il Ps che si ferma in una forbice tra i 28 e 43 seggi. “Le strade per noi ora sono tre”, spiega il socialista, “da una parte c’è chi vuole restare legato al nostro candidato Benoit Hamon e cercare di contendere i voti a sinistra alla France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon. Nel mezzo quelli che vogliono restare indipendenti e cercano un nuovo leader, dall’altra è iniziata la grande corsa di chi vorrà passare con Macron”.

C’è anche un’altra ipotesi che circola, e che nei corridoi definiscono “il vecchio sogno di Manuel Valls”, l’ex primo ministro e candidato silurato dalle primarie Ps: staccarsi e creare un gruppo indipendente che possa allearsi di volta in volta con Macron sulle singole idee. Il leader e grande regista di questa via è Valls, tanto detestato da una parte del partito quanto visto come l’occasione mancata dall’altra. Intanto, nelle riunioni segrete, si cerca il sempre agognato capro espiatorio: la testa di François Hollande, il presidente uscente, non basta perché è già stata data in pasto a militanti e stampa nei mesi scorsi. “La verità”, continua il dirigente, “è che il Ps tende sempre a colpevolizzarsi. Ma non è solo colpa nostra: c’è una grossa crisi dei socialdemocratici in tutta Europa e noi non potevamo esserne esenti. Poi certo, noi abbiamo sbagliato tutto: Hollande si è presentato come il ‘presidente normale’ in un Paese dove la presidenza viene vista come una monarchia. Siamo in tempi dove non basta essere normali”. La crisi c’è, ma c’è anche la consapevolezza che ne usciranno. Con un ostacolo più grande rispetto alle altre volte: riuscire a mantenere un’identità forte di fronte a uno che era parte del loro gruppo. “Macron ha fatto un miracolo“, conclude il dirigente del partito, “ma deve stare molto attento: la sua forza sta nell’aver saputo offrire una speranza. Il problema sarà tenerla viva“.

In casa dei Repubblicani le cose non vanno meglio. La campagna elettorale è stata vissuta con il fiato sospeso, aspettando da un giorno all’altro le dimissioni di François Fillon e poi con l’idea di essere rassegnati ad andare a picco. Sono passati da vincitori naturali a i perdenti ridicoli. “E’ stata una campagna dura”, spiega a ilfattoquotidiano.it il deputato uscente Pierre Lequiller, “io mi sono sempre dato una regola: sostenere la scelta del mio partito. Ma non è stato facile: al mercato, nelle piazze, quando distribuivo i volantini mi dicevano: ‘voi state con un ladro, quindi siete dei ladri’. Fillon ha sbagliato con la linea difensiva di attacco ai giudici, ma io continuo a pensare che era un buon candidato”. Lequiller ha tanti pensieri in testa, specie per il futuro. Deputato eletto per sei mandati, ora si chiede cosa ne sarà del partito e non esclude soluzioni drastiche.

La vera difficoltà, come analizzano i suoi, è quella di riuscire ora a fare una campagna per le legislative senza un vero leader e cercando di differenziarsi da Macron. I Repubblicani potrebbero essere la seconda forza eletta all’Assemblea nazionale e per svolgere il ruolo di potenziale ago della bilancia devono rimettersi in piedi il più in fretta possibile. Lequiller ostenta ottimismo: “Abbiamo già reagito e lo abbiamo fatto cambiando il programma e aggiustandolo in alcuni punti”. Ma Macron era il candidato che la destra sognava? Scoppia a ridere. “Fillon era il nostro uomo”, ripete come un ritornello. “Io penso che il leader di En Marche! sia un politico di talento, ma anche che abbia avuto molta fortuna fino a questo momento. Le sue proposte sono sempre molto vaghe e ricordatevi che i francesi vogliono uomini forti al comando. Se lui ogni volta che prende una decisione deve trovare un compromesso come farà? La verità è che non sappiamo niente di lui”. E fare una strategia su chi non si conosce è difficile anche per chi di politica ne ha masticata tanta.