di Marco Milano

Il clima sta cambiando in fretta ed è necessario adattarsi agli effetti del riscaldamento globale, molto spesso estremi. Questa urgenza è stata nuovamente confermata dall’ultimo Global Risk Report del World Economic Forum.

Mentre diventano più frequenti i fenomeni di siccità e le alluvioni, la sfida per contrastarli si fa più complessa. La resilienza dei nostri territori va aumentata anche attraverso la gestione sostenibile delle risorse naturali, l’innovazione urbana ed edilizia ed il miglioramento dell’efficienza energetica. Queste sono tra le principali strategie a cui si guarda quando si cerca di coinvolgere le comunità di cittadini per adattarsi al cambiamento climatico. Inoltre, le nuove tecnologie hanno recentemente introdotto altre possibilità, che permettono un coinvolgimento diretto dei cittadini. Tra queste ci sono anche i telefoni cellulari.

Le telecomunicazioni e la telefonia mobile si sono rivelati strumenti utili per la scienza del clima già in diverse occasioni, sfruttando i pattern di interferenza delle onde radio caratteristiche delle comunicazioni wireless per intercettare e misurare le precipitazioni intense; analogamente, l’effetto di occultamento di onde radio utilizzato dalla Nasa già negli anni 60, è alla base della missione Cicero e dei nuovi progetti di monitoraggio dell’atmosfera da satellite.

In un recente approfondimento pubblicato su Nature si fa notare come questi interventi stiano aumentando grazie a finanziamenti mirati e, in parte, grazie alla crescita di un vero e proprio mercato dedicato al monitoraggio satellitare. Finora, tuttavia, queste tecnologie, per quanto all’avanguardia, hanno sofferto della mancanza di un accesso sistematico ai dati utili, principalmente di natura commerciale e di competenza delle compagnie telefoniche: senza dati sufficienti, non si possono realizzare modelli predittivi.

Nel frattempo, le cose sono un po’ cambiate. La nuova concezione dei Big Data, in diversi campi, ha portato a politiche meno rigide in fatto di gestione e accesso ai dati. Rispetto a questa prima stagione di studi focalizzati principalmente sulle interferenze radio, inoltre, il range delle previsioni si è ulteriormente ridotto. L’ultima esperienza di maggior successo in questo senso, segnala Nature, è ClimaCell, una start-up con sede a Boston lanciata qualche settimana fa. L’uso esclusivo dei cellulari su cui si basa il software messo a punto da ClimaCell riguarda l’interazione tra le microonde emesse dai trasmettitori dei cellulari e le precipitazioni incontrate lungo il percorso: quando piove, il segnale in trasmissione o in ricezione viene attenuato e tale fenomeno può essere riconosciuto anche all’interno di un pattern più affollato di segnali. Anche le microonde sono state già testate e collaudate in metereologia e alcuni dei primi studi importanti risalgono a inizio anni 2000 con i programmi del Nooa.

Quello che fa la differenza oggi è proprio la quantità e qualità di dati a disposizione, vista la diffusione dei cellulari, che diventano quindi dei veri e propri hot spot di raccolta e fanno degli utenti dei veri e propri citizen scientist. Con ClimaCell, la precisione del monitoraggio della dinamica delle precipitazioni in corso raggiunge margini di errore di appena un minuto fino a 500 metri di area. Questo significa che si possono monitorare le precipitazioni quasi in tempo reale, anche in siti carenti di impianti fissi di telecomunicazione e grosse sorgenti di onde elettromagnetiche come i Paesi in via di sviluppo, particolarmente esposti agli eventi climatici estremi.

Proprio nei Paesi più fragili da un punto di vista economico ed ambientale, le reti dei segnali cellulari sono già state sfruttate per monitorare la diffusione di Ebola, creare sistemi d’allerta in caso di terremoti o per stimare la qualità dell’aria nelle città. La tecnologia d’uso quotidiano diventa quindi un potente strumento di adattamento ai danni del cambiamento climatico, rendendo ciascuno di noi parte di una rete, letteralmente, collaborativa.