Non è vero che il Pd continua a essere quello di sei mesi fa. Dopo le primarie che hanno rimesso Matteo Renzi laddove stava prima, il Partito democratico è cambiato. E’ più renziano di prima: come la leggenda della fenice, la sua fine è stata il suo nuovo inizio. L’ex capo del governo ha cancellato la disfatta del referendum costituzionale al quale hanno partecipato 33 milioni di elettori con le primarie sprint alle quali hanno contribuito poco più di un milione e 800mila persone. Ma per il segretario rischia di essere un’illusione ottica. La sua avanzata è quella di un carroarmato nel deserto. Mentre Renzi e il suo gruppo dirigente festeggiano, vedono restringersi la comunità alla quale il partito si riferisce: ai seggi si sono presentati un milione e 800mila elettori, cioè un milione esatto in meno rispetto al 2013 quando tutti aspettavano l’uomo nuovo che avrebbe dovuto portare il partito verso l’avvenire, la risposta alla vecchiezza del centrodestra e allo spettro dei Cinquestelle. Ora invece la reconquista del comando del partito è avvenuta senza avversari: non solo tra i candidati alla segreteria, ma anche tra gli elettori. Basta osservare la mappa del voto delle primarie: Renzi stravince soprattutto nelle Regioni in cui l’affluenza cola a picco rispetto a 3 anni e mezzo fa.

Difficile dare un segno preciso ai flussi elettorali in un appuntamento in cui il corpo elettorale non resta sempre lo stesso. Ma dai numeri esce fuori che Renzi vince di più dove si registra il calo più sensibile di elettori. Laddove il partito appare un po’ più in crisi, il segretario passa come un treno. Dove il partito perde meno elettori, la quota di preferenze per Renzi cala. E’ come se in certe zone d’Italia chi non vede più in Renzi una risposta ai problemi del partito, del centrosinistra o d’Italia, abbia preferito non presentarsi proprio alle urne, evidentemente scartando anche le alternative. E’ una non risposta a Renzi, di un pezzo di elettorato che si nasconde, che non sceglie altro, che si limita a mollare la presa. Un partito più renziano, dunque, ma più piccolo, dimezzato, meno attraente.

Le Regioni rosse, per esempio. In Toscana Renzi prende il 79 per cento, in Emilia Romagna il 74, in Umbria l’80, nelle Marche il 77. Ovunque, insomma, molto più della media nazionale del 70. Ma è lì che si registra la ritirata dei partecipanti alle primarie. In Toscana si è superata di poco quota 210mila, mentre nel 2013 si era toccata la soglia dei 393mila. L’Emilia Romagna – dove il governatore Pd era stato eletto con la deprimente affluenza del 35% – fu una delle zone in cui Renzi aveva fatto il pieno già nel 2013 e il calo è del tutto analogo alla Toscana: si è passati dai 405mila elettori delle primarie 2013 ai 216mila di domenica scorsa. In Umbria nel 2013 si presentarono nei circoli Pd oltre 71mila persone, mentre il 30 aprile si sono ridotte di 30mila. Nelle Marche, infine, l’azzoppamento della base elettorale è del 50 per cento: da oltre 93mila a poco più di 47mila. Nelle città, soprattutto, la tendenza è alla fuga. A Bologna il calo è stato da 98mila a quasi 54mila, a Reggio Emilia da 55mila a 30mila. A Livorno gli elettori sono quasi dimezzati solo 7503 da una quota di partenza di quasi 14mila.

Il Nord, poi, che è stato il motore del 40 per cento delle Europee. Il Triveneto, per esempio, che concesse nel 2014 un’apertura di credito al dinamismo di quello che era appena diventato capo del governo, registra fughe generalizzate dai seggi. In Veneto – in cui Renzi ha vinto con il 74 per cento – gli elettori sono stati circa 90mila sui 177mila del 2013, nel Friuli Venezia Giulia di Debora Serracchiani sono stati oltre 25mila da una soglia di partenza di 47mila, in Trentino Alto Adige ha votato esattamente la metà rispetto a 3 anni fa (14mila persone). Padova, che era stata la capitale del “renzianesimo” nel 2013, l’affluenza è scesa da 36mila presenza a 18mila. Dall’altra parte del Settentrione non va meglio. In Piemonte in cui già il Pd ha perso il Comune di Torino a beneficio del M5s, la mozione renziana ha preso il 75 per cento, ma si sono presentati ai gazebo democratici in 80mila: l’altra volta erano stati 164mila. Nel capoluogo la flessione è simile, da 39mila a 22mila.

In Lombardia, una delle poche zone in cui sembra resistere un’idea di centrosinistra allargato, il segretario ha raccolto il 76 per cento delle preferenze. Il calo di partecipazione sembra più contenuto: i votanti sono stati poco più di 226mila da un precedente di partenza di 377mila. A Milano città, tuttavia, le assenze si fanno sentire un po’ di più: 43mila a fronte di 70mila del 2013, ma anche dei 60mila che parteciparono alla scelta di Beppe Sala come candidato sindaco alle amministrative del 2016. La Liguria non ha creduto nello spezzino Orlando e ha preferito non decidere: al voto si sono presentati in 48mila contro gli 81mila del 2013, con Genova che perde la metà dei votanti in meno di 4 anni.

Quasi come se fosse una controprova, il Sud ha dinamiche in controtendenza e diverse tra loro. Ad eccezione della Calabria, Renzi nel Meridione non supera mai il 70 per cento e in contemporanea l’affluenza sembra un po’ tenere. In Sicilia, per esempio, hanno votato in 110mila contro 129mila e il segretario ha preso il 65 per cento. In Campania il calo è stato dai 192mila del 2013 ai 150mila di questa tornata, anche grazie al sostegno del governatore Vincenzo De Luca. L’effetto è doppio a Salerno, come succede da un paio di decenni: Renzi arriva al record del 90 per cento, con un calo di voti più ridotto, da 47mila a 40mila (il dato è provinciale). A Napoli, tuttavia, dove i consensi abbandonano il Pd per saldarsi alla sinistra diversa di Luigi De Magistris, i partecipanti passano da 80mila a 50mila.

Il dato, infine, si ribalta nelle zone di influenza di Michele Emiliano. In Basilicata gli elettori alle primarie sono aumentati, da 32mila a 41mila. In Puglia, unica regione in cui non ha vinto Renzi e ha vinto il governatore, l’aumento è stato da 123mila a 148mila. In particolare, nella provincia di Bari si è passati da 31mila del 2013 (quando Emiliano sosteneva Renzi al congresso) ai 48mila di domenica scorsa. Quasi a sottolineare che dove l’alternativa è stata percepita forte, l’elettorato ha risposto e ha partecipato per provare a cambiare linea. Manca il dato del Lazio, ma forse basta quello di Roma per capire che i problemi del Pd nella Capitale non sono ancora finiti: alle primarie che lanciarono Renzi parteciparono 150mila persone. Ieri solo 78mila.