Violento, inesorabile, profetico, spietato: così è Il racconto dell’ancella, capolavoro dell’autrice canadese Margaret Atwood, uscito nel 1985 e tradotto in Italia tre anni dopo. Un testo contestatissimo negli anni immediatamente successivi alla pubblicazione (fu rifiutato in alcune scuole degli Stati Uniti per la dura e chiara connessione che la scrittrice dichiara tra patriarcato, religione e sottomissione femminile), dal quale nel 1990 fu tratto il film omonimo per la regia di Volker Schlöndorff.

Anche il film è un pugno nello stomaco. Nonostante il cast stellare, con nomi del calibro di Natasha Richardson, Robert Duvall, Faye Dunaway, Aidan Quinn, Elizabeth McGovern e la sceneggiatura di Harold Pinter, la versione cinematografica è stata, se non boicottata, quantomeno non promossa in tv come nelle sale ai livelli di altre pellicole di fantascienza sociale.

Perché?

Perché, a differenza della letteratura e della cinematografia impegnate, a indagare e denunciare ingiustizie e discriminazioni sul pianeta, declinando la narrazione con le coordinate di classe, etnia, geografia ed economia, Atwood salta a piè pari la complessità nella quale sono inseriti questi elementi e sceglie la lente del genere per raccontare l’abisso del totalitarismo coniugato alla teocrazia.

Siamo nel presente: il mondo sta collassando sotto il peso dell’inquinamento che ha come primo risultato tangibile il crollo della fertilità. Negli Usa il potere viene assunto da un gruppo ispirato da feroci teocrati che decidono, da un giorno all’altro, di sospendere ogni diritto alle donne, la metà della popolazione. Non è quindi l’acqua o il petrolio la risorsa fondamentale, ma il corpo fecondo della femmina umana.

Il tema, caro a molte scrittrici femministe di fantascienza distopica, come Ursula Le Guin (La mano sinistra delle tenebre), Sheri Tepper (Cronache del dopoguerra), Joan Slonczewski (La difesa di Shora), Nancy Kress (Incubo genetico) è stato affrontato in modo molto simile dalla grande giallista P. D James nel suo I figli degli uomini, anch’esso diventato un intenso film per la regia di Alfonso Cuaron. Mai però così apertamente puntando il dito sul fondamentalismo religioso come formidabile strumento (e fine) politico per la cancellazione della libertà di metà del genere umano e la sua dominazione.

La notizia è che, da qualche giorno, chi non avesse (ancora) letto il libro o rintracciato il film degli anni ’90, può incollarsi al video perché Il racconto dell’ancella è diventato una serie tv.

E che serie. La scelta dei volti ai quali è affidato il non facile compito di stare all’altezza del testo, e del film, è davvero felice: la protagonista è Elizabeth Moss, intensa e sfuggente qui come nel film The free world, mentre una delle carceriere della teocrazia è Ann Dowd, la fumatrice fanatica della serie a tematica religiosa The Leftovers.

I primi tre episodi sono folgoranti: per chi, come me, ha letto il libro e ha visto il film, c’è la fortissima emozione di rivivere la sorpresa, lo sgomento, la paura e poi il terrore della protagonista, che in meno di qualche settimana si ritrova a diventare, da essere umano libero, una serva sessuale destinata alla procreazione privata persino del nome.

Chissà se è una coincidenza: il lancio della serie, promossa dalla piattaforma streaming Hulu, è coinciso con la notizia che la Commissione Onu sullo Status delle donne, (l’organo intergovernativo deputato a promuovere la parità tra i sessi), ha ammesso con voto segreto l’Arabia Saudita in qualità di membro, votata da molti paesi europei. Un ossimoro: l’Arabia Saudita, insieme all’Iran, è uno degli stati al mondo dove le donne sono private dei diritti che chiamiamo “universali” (e che invece evidentemente non lo sono).

Fantascienza?

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