Una grande storia d’amore. È soprattutto una storia d’amore questa marcia silenziosa quanto inarrestabile verso l’oggetto delle proprie brame che da mesi Matteo Renzi va compiendo dopo i giorni del dolore; il tragico distacco del 4 dicembre dall’adorata poltrona di Palazzo Chigi. Un trauma che lo statista di Rignano sull’Arno ha vissuto come un’ingiusta – prima ancora che crudele – amputazione.

Il giovanile campione ne è certo: la ferita sarà sanata il fatidico 30 di aprile, quando oceaniche folle osannanti riconsegneranno al suo abbraccio amoroso l’amata a quattro gambe. Né potranno frapporsi all’ineluttabile destino, al lieto fine annunciato della storia, concorrenti di minimo livello; quali un diafano travet di partito proveniente dalla provincia di La Spezia e un omaccione barese, ingordo divoratore di cozze pelose a sbafo.

Forse i presenti alla celebrazione del ricongiungimento domenicale saranno molto meno dei milioni annunciati, anche perché sempre di più la vicenda è venuta assumendo l’aspetto di un fatto personale. Qualche maligno insinua tra il maniacale e il feticistico (si direbbe la reificazione nell’oggetto ligneo di ossessioni carnali olgettine dell’antico e sempiterno mentore: la diletta guida Silvio Berlusconi. All’insegna dell’immortale “comandare è meglio che fottere”).

Per cui l’atteso revival mussoliniano del “milione di baionette”, attualizzate nel “milione di frequentatori dei gazebo”, subirà un drastico ridimensionamento. Ma tutto questo non ha poi grande importanza: nell’istante esatto in cui le dita febbrili del vincitore annunciato si poseranno sulle forme curvilinee del simulacro ambito, tutto tornerà come prima.  Il rotolo del tempo si riavvolgerà all’indietro fino alle radiose giornate del maggio 2014 e di una trionfale elezione europea, quando sembrò che il Santo Graal del potere si fosse definitivamente posato sulla poltrona di governo, avvolgendo nelle sue sacre unzioni il facondo occupante.

Il tempo ritrovato.

Così riprenderà l’opera interrotta: il recupero antiquario del blairismo, che a sua volta riproponeva l’avvincente storia di un arciere di Nottingham al contrario, nella versione Ruba Hood (prendere ai poveri per dare ai ricchi); il remake thatcheriano del massacro dei lavoratori sindacalizzati, che se la “Lady di Ferro” perpetrava nella battaglia di Orgreave (1982) facendo intervenire le forze dell’ordine in assetto anti-guerriglia contro i minatori, il suo determinato epigono made in Tuscany realizzava spargendo voucher tossici; lo spazzar via delle tesi di Montesquieu, noto sovversivo radicale, eliminando ogni forma di contrappeso al potere assoluto e incontrollato dell’Esecutivo (paradigma declinato con pari intensità anche in ogni agenzia sociale e corpo intermedio, dalla scuola ai porti, alle rappresentanze territoriali); la rivisitazione nostalgica della sempre cara Prima Repubblica nella sua impareggiabile stagione delle “Mani Pulite”, con il Pio Albergo Trivulzio ricreato in un florilegio di nuove sedi; dal Campidoglio di Mafia Capitale alla Consip, cara tanto agli affaristi napoletani come agli spicciafaccende alla fiorentina.

Ora tornerà a riunirsi la Compagnia degli amici del capo (non nella foresta di Sherwood ma sotto l’insegna del Giglio Magico) per continuare la loro battaglia. Non contro il bieco sceriffo di Giovanni Senzaterra bensì contro un altro usurpatore: lo psico-mago Beppe Grillo; il cui mantra “fidatevi di me” ha trovato un rimbalzo, da Sant’Ilario fino a Catania, nell’altrettanto illusionistico “fidatevi di me” di Carmelo Zuccaro.

Tutto ora sarà come allora. Sempre che alla fine della gloriosa giornata non avvenga l’irreparabile: lo schianto della poltrona del potere sotto il peso dell’ormai macrochiappico Matteo.

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