Sarà che tutti continuano a riempirsi la bocca con ‘la fine delle ideologie’, sarà che gli enfant prodige del liberismo hanno finora tutti miseramente fallito, sarà che si inneggia da una parte al populismo, dall’altra all’europeismo, l’unico dato incontrovertibile è che la ricchezza dell’intero nostro pianeta va sempre di più concentrandosi nelle mani di una élite sempre più esigua.

A gennaio 2017, l’ultimo rapporto sulla distribuzione della ricchezza nel mondo di Oxfam, ci raccontava che le otto (8!) persone più ricche del mondo hanno nelle loro mani tanta ricchezza quanto la metà più povera della intera popolazione mondiale (ricordiamolo: a gennaio, oltre 7 miliardi 477 milioni). In Italia, non si va molto meglio: l’1% della popolazione nel 2016 possedeva il 25% delle risorse nazionali. Appena sette (7!) nostri connazionali hanno ‘in tasca’ più danaro del 30% dell’intera popolazione italiana (quindi, di oltre 20 milioni di persone).

Questo processo probabilmente si sarà pure avviato quando i primi cacciatori-raccoglitori cominciarono a stabilizzarsi, a possedere bestie e terreni, a diventare nobili e re, sbarazzandosi di rivali, ma è indubbio che ha avuto una progressione aritmetica con la prima rivoluzione industriale e con la nascita delle prime vere borse valori. Coeve alla Rivoluzione francese, queste all’inizio furono il propellente per la nascita di una nuova classe sociale che strappò alla nobiltà i suoi privilegi, ma poi, negli ultimi anni del diciannovesimo secolo, hanno reso geometrica quella progressione dei profitti e delle perdite che ci ha condotto alla grottesca situazione odierna.

Un tale Carl Marx aveva lanciato un accorato grido di allarme, proponendo sue soluzioni concrete (il Comunismo, e non solo) tradotte poi da altri in applicazioni sociali che hanno, purtroppo, prodotto sfaceli, anche perché con il loro insuccesso hanno spianato la strada ai liberismi più selvaggi.

Una distribuzione delle ricchezze così asimmetrica non è più sopportabile, non solo dal punto di vista economico, ma neanche morale. ‘Siamo di fronte a un fenomeno di economia che uccide!’, proclamava Papa Francesco in una lettera scritta ad aprile al vescovo di Assisi. Ma il Pontefice fa solo il proprio mestiere, considerando che una delle proclamate virtù cattoliche è la carità. E anche se non lo aveva fatto mai nessun papa prima di lui, il regalare un’auto o il mettere a disposizione una lavanderia ai senzatetto, sono veramente ben poca cosa per uno Stato sovrano che possiede nel mondo duemila miliardi di euro solo in immobili. E’ come se l’ad dell’Eni donasse una scatola di cerini.

Secondo Oxfam, gli otto soggetti più ricchi del mondo (Bill Gates, Amancio Ortega, Warren Buffett, Carlos Slim Helu, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg, Larry Ellison e Michael Bloomberg) hanno 426 miliardi di dollari, mentre i 3,6 miliardi di abitanti più poveri del pianeta, 409. Cosa impedisce alla politica di intervenire su una tale disparità? Probabilmente il fatto che la politica non esiste più. E’ ormai schiava, anzi serva del capitale, il quale fa e disfa governi (ne sappiamo qualcosa in Italia) e pone ai vertici dei Paesi uomini che hanno transitato nei suoi Sancta Sanctorum, che siano Banca Rotschild, Goldman Sachs o Soros. Se non fosse così, non si spiegherebbe come mai a nessun politico sia mai venuto in mente una ‘globalizzazione delle risorse’ e quindi di porre limiti all’accumulo del capitale.

Vedo già insorgere ‘i liberisti dell’Illinois’ come genialmente li ha battezzati il collega Giorgio Meletti: ‘Ma così si frena l’iniziativa privata e si rischia di far fuggire gli investitori, di far fallire i Paesi!’

Certo, finché i ‘liberisti-capitalisti’ avranno Paesi in cui fuggire col malloppo, il rischio esiste. Ma, come scriveva un illuminato ex Beatles: ‘Immaginate che non esista la proprietà, mi meraviglierei se poteste. Nessun bisogno di avidità, né fame, una fratellanza di uomini. Immaginate che tutti quanti condividano tutto il mondo’. .John Lennon era miliardario, ma sono certo che avrebbe obbedito volentieri a una legge che avesse limitato i suoi smisurati guadagni, obbligandolo a restituire allo Stato la parte eccedente un certo (pur altissimo) tetto.

Mentre la Rai, servizio pubblico, oggi un tetto, pur altissimo (240mila euro), lo toglie ai guadagni delle sue star, un tempo Adriano Olivetti, imprenditore privato ma illuminato, aveva imposto una regola ferrea: mai nessun manager poteva guadagnare più di 10 volte il salario minimo di un operaio. Oggi un’analisi di Mediobanca ci dice che la media nazionale dei guadagni di un manager italiano è 36,4 volte quella di un operaio, ma può arrivare a 278 volte.

Dire basta a un sistema come questo, non solo è giusto moralmente ma potrebbe essere un volano economico straordinario. Persino quei ‘compagni’ del Fondo monetario internazionale poche settimane fa hanno capito che ‘non si lenisce la crisi senza redistribuire’. Un cantante profeta lo aveva capito, nel 1971. Quando lo capiranno anche i politici?