I cambiamenti climatici sono un costo per le compagnie assicurative. Nel solo 2016, hanno dovuto risarcire i danni causati dai disastri naturali, tra le conseguenze degli stravolgimenti del clima, per 50 miliardi di dollari, quasi il doppio del 2015. Per questo durante la Conferenza del clima di Parigi, del 2015 è stato unanime il coro di voci che si sarebbero impegnate a disinvestire da opere dal forte impatto ambientale. Operazione che si sarebbe dovuta concretizzare in due modi: rifiutandosi di offrire coperture assicurative oppure uscendo dal pacchetto azionario di industrie inquinanti. Gli investimenti, due anni dopo, restano ancora in gran parte nei combustibili fossili.

Lo dice il centro di ricerche olandese Profundo, organismo che si occupa di analisi finanziarie indipendenti: nel solo 2016, 11 sulle 15 agenzie assicurative più grandi del mondo hanno investito in impianti a combustibili fossili per un totale di 130 miliardi di dollari. Un miliardo finisce a sostegno dei progetti con il combustibile più inquinante che esista: il carbone. Lo studio di Profundo, intitolato Underwriting climate chaos, è stato rilanciato dal network di associazioni ambientaliste The Sunrise Project, gruppo che da anni monitora gli investimenti delle compagnie assicurative nel carbone. Re:Common, organizzazione italiana che fa parte del network, in particolare ha approfondito il modo in cui la nostra più grande compagnia assicurativa, Generali, investe nel carbone, in uno studio intitolato Un passo indietro.

“Generali desidera avere un ruolo attivo nel dare supporto alla transizione verso un’economia ed una società più sostenibili”. Così recitava la notizia pubblicata sul sito del gruppo il giorno in cui iniziava COP21. Eppure, secondo lo studio di Profundo, Generali investe ancora almeno 2,53 miliardi in combustibili fossili. In una nota inviata a ilfattoquotidiano.it Generali precisa che nel complesso la quota è “inferiore all’1% del totale degli attivi a copertura degli impegni assicurativi”. Il risultato riportato da Profundo emerge dall’analisi di circa il 10% degli investimenti della compagnia, gli unici che il centro è stato in grado di tracciare.

Generali si posiziona all’ottavo posto nella classifica: al primo ci sono Allianz e Axa, i principali gruppi assicurativi al mondo. Axa nel 2017 ha deciso “per coerenza”, scrive Re:Common nel suo briefing Un passo indietro, che “non offrirà copertura assicurativa sulla proprietà di fabbricati e sui danni (se non in casi eccezionali) a società da cui ha disinvestito in quanto oltre il 50% delle entrate deriva dal carbone”. Nonostante questo, continua a impegnare 34 miliardi di euro (sull’8% degli investimenti analizzati) in energia da combustibili fossili. Allianz fa peggio con 59 miliardi di dollari (sul 7% degli investimenti analizzati) nonostante nel 2015, scrive Re:Common, abbia “deciso di vendere le azioni di imprese del carbone pari a 225 milioni di euro nello spazio di tre mesi e di mantenere legami di investimento per 3,9 miliardi di euro fino alla loro scadenza naturale, ma senza rinnovo futuro”.

Generali, invece, ha ancora grandi investimenti attivi nel carbone. Soprattutto in Polonia, Paese etichettato dall’Agenzia internazionale per l’energia come il più inquinato d’Europa. La società di bandiera Polska Grupa Energetyczna (PGE) produce l’85% della propria energia dal carbone. Generali nel 2016 lo ha sostenuto con 33,8 milioni di dollari, secondo l’analisi di Profundo. E la società polacca non sta cambiando rotta: sta cercando di rinnovare la licenza per la centrale di Turów fino al 2044. L’impianto, che sorge vicino al confine con la Repubblica ceca, ha prosciugato le acque della regione di Libetec. Così il governo di Praga ha aperto un contenzioso con Varsavia per risolvere il problema idrico con la costruzione di un nuovo acquedotto. Nel caso in cui a pagarlo dovesse essere l’azienda polacca, “PGE cercherà di rivalersi su chi ha coperto le sue operazioni?”, si domanda Re:Common. Il rischio esiste.

In Polonia, Generali ha anche investito 7,2 milioni di dollari in bond, più altri 6,3 milioni di dollari in azioni per sostenere Energa, società che sta costruendo a nord di Varsavia una centrale a carbone da mille megawatt. Ultimo investimento legato a società inquinanti è quello nel pacchetto azionario di Tauron, che investe invece nelle miniere a Sud della Polonia. Secondo Generali, i dati del report “non trovano corretto riscontro nelle evidenze interne degli investimenti del Gruppo” che, per policy interna, non può però diffondere i dati in merito ai singoli investimenti.

Duke Energy, grande utility dell’energia statunitense, è stata condannata da una corte federale a pagare per uno sversamento nel fiume Dan, in North Carolina. Il fiume è stato inquinato dai residui di carbone bruciati negli impianti della Duke. Solo per le bonifiche il conto stimato da Duke è di 4,5 miliardi, parzialmente coperte da 30 compagnie assicurative. Tra cui Generali. Non un investimento saggio, secondo Re:Common.

“A partire dalle informazioni pubblicate dalla stessa [Generali] emerge una dissonanza significativa tra gli impegni presi [dalla società], soprattutto nella lotta ai cambiamenti climatici, e i reali investimenti del gruppo nell’estrazione, produzione e vendita di energia derivata dal carbone”, è il commento di Re:Common. Generali replica che il gruppo dal 2006 ha aderito “a linee guida per l’investimento responsabile”. Il tema dei combustibili fossili è complesso ed articolato, conclude Generali: “Se da una parte la produzione di carbone ha chiaramente impatti ambientali, dall’altro l’energia prodotta con il carbone sostiene la produzione industriale, la produzione di energia elettrica, e in molti Paesi, soprattutto emergenti e a basso reddito, l’eliminazione della produzione di carbone avrebbe un impatto sociale elevato”.