“Era una ragazzino minuto, sembrava un pulcino“, dice Margherita, la donna di 66 anni che, insieme al figlio, nove anni fa ha accolto in casa Mouner El Aoual, detto Mido, arrestato a Torino per presunti contatti con la jihad. Sembrava un pulcino, ma i seguaci jihadisti su internet lo chiamano “il Leone“, gli chiedevano di preparare manuali su come confezionare bombe per massacrare gli infedeli e ascoltavano i suoi consigli su come “mimetizzarsi” tra gli occidentali senza destare sospetti. L’arresto di Mido ha sconvolto tutti, anche i vicini di casa, che parlano di un ragazzo “gentile ed educato”, che regalava loro le trote quando tornava dalla pesca.

Margherita e Giuliano, il figlio 24enne, per nove anni hanno dato una casa e una famiglia a Mido, ignari delle sue attività. Adesso sono sconvolti. “Che Dio lo maledica“, ha detto Margherita a La Stampa. “Noi gli abbiamo dato un tetto, un letto, dei pasti caldi e tanto affetto… E lui ci ha traditi”. Era stato suo figlio Giuliano a incontrarlo mentre giocava a calcetto. Mido gli si era avvicinato per chiedere una sigaretta, e nel giro di poco erano diventati amici. “Una sera – racconta Giuliano a La Repubblica – ricordo che nevicava, ho visto che stava dormendo in un cortile al freddo. Mi ha fatto pena, e così gli ho chiesto se voleva venire a casa mia”. Inizialmente lui aveva rifiutato, dicendo a Giuliano che sarebbe stato meglio per lui non immischiarsi. E lui aveva pensato si riferisse a qualche furtarello, ai suoi problemi di droga. Ma “ora ripenso a quella frase: avrei dovuto ascoltarlo”.

Alla fine Mido aveva accettato, trasferendosi a casa di madre e figlio: Margherita pur di dargli una cameretta si era spostata sul divano. Mido era disoccupato: “Qualche soldo – spiega Giuliano – lo portava perché vendeva cose usate al ‘suk’ di libero scambio, faceva qualche lavoretto ogni tanto”. Ma soprattutto aiutava Margherita. “Mi chiamava ‘mamma‘, mi ha aiutato nel trasloco, mi faceva la spesa, portava fuori il cane”, racconta lei. Ma la sua attività principale, secondo gli inquirenti, era attaccarsi al computer, connettersi a una chat ricavata dalla piattaforma ‘Zello‘ e, dopo essersi autoproclamato “portavoce ufficiale dello Stato Islamico“, discutere, pubblicare notiziari sul conflitto nello Sham, applaudire i gravi fatti di sangue in Ohio, Francia, Germania, augurarsi che i nemici venissero uccisi “come branchi di mucche”. “Mai avrei pensato a una cosa del genere”, dice ora Margherita. È stata una coltellata al cuore”.

Nessuno a casa si aspettava che “il ragazzo che aiutava mia madre portando la cassa dell’acqua, quello che chiamava la mia fidanzata ‘sorellina’ e giocava con i bambini” avesse una doppia vita. “Beveva la birra, fumava qualche spinello“, racconta Giuliano. Secondo Margherita, sono stati loro a salvarlo dalla droga. Faceva il Ramadan, ma “non l’ho nemmeno mai sentito pregare. Sono trasalito quando ho scoperto queste cose: abbiamo vissuto per nove anni con una persona con una persona che non conoscevamo affatto”. “Diceva di avere rispetto per la nostra religione e per quella degli altri”, dice Margherita. “A volte, commentando le notizie sugli attentati terroristici, diceva : ‘Ma perché fanno queste stragi per ammazzare la gente?’. Sembrava sincero”. Ma non lo era. “Per l’attentato di Londra ha commentato che ‘forse qualcosa dovevano aver fatto per meritarselo‘, ma non gli ho dato peso”.

Su Mido i carabinieri del Ros indagavano dai primi mesi del 2016: avevano trovato un profilo Facebook intestato a un tale Salah Deen molto “radicalizzato in senso islamista”. A settembre, monitorando la piattaforma Zello, l’Fbi aveva scovato ‘Ibndawla’, riconducibile a un’utenza torinese, e aveva poi informato le autorità italiane.