“Signori candidati, con questa lettera speriamo di suscitare, se non il vostro allarme, almeno la vostra attenzione, dati gli impegni, le intenzioni e le parole contenute nei vostri rispettivi programmi sul lavoro”. Hanno deciso di scrivere a Matteo Renzi, Andrea Orlando e Michele Emiliano, che mercoledì sera si confronteranno nella loro tv in vista delle primarie del 30 aprile. Potranno illustrare le loro idee per il futuro del Pd – si legge nella lettera aperta inviata ai tre candidati alla segreteria da un gruppo di dipendenti di Sky che si riunito nel comitato “Lavoratori di Sky in lotta” – “grazie agli occhi e alle mani esperte di quei professionisti che, dietro ai mixer, microfoni e telecamere che vi daranno voce, hanno contribuito a far nascere e crescere” quella azienda che “ora vuole lasciarli per strada, assieme alle loro famiglie”.

Finora hanno preso solo porte in faccia, eccezion fatta per papa Francesco che durante l’udienza generale a San Pietro ha parlato di “peccato gravissimo” commesso da chi “toglie lavoro per manovre economiche”. L’ultimo grido d’aiuto dei dipendenti italiani di Rupert Murdoch è rivolto al Partito Democratico, perché faccia sua “questa battaglia fondamentale e simbolica, perché non diventi il precedente pericoloso per altre aziende più che floride”. Il 17 gennaio, infatti, Sky ha annunciato la chiusura della sede di Roma che comporterà centinaia di trasferimenti a Milano e poco meno di 200 esuberi, nei quali saranno coinvolti soprattutto tecnici e personale amministrativo. Mentre i giornalisti hanno trovato un accordo con l’azienda che – tra ricollocamenti e canali – dovrebbe scongiurare i licenziamenti previsti dal piano.

“Una strage sociale”, la chiama il comitato nella lettera inviata ai tre candidati alla guida del Pd, che avrebbe “un peso specifico molto alto”, quello “simbolico di un colosso mediatico che supera i confini della comune arroganza padronale fin qui dimostrata da molte altre aziende”. Perché il trasloco e la scure degli esuberi arriva nonostante profitti cresciuti del 141% nel primo semestre dell’esercizio 2016/17 e una spesa di 29 milioni di euro per “riorganizzazione ed efficientamento”. Vuole “liberarsi di contratti vecchi”, accusano i ‘Lavoratori di Sky in lotta’, che “all’azienda pesano, non tanto economicamente ma concettualmente: non è un caso che in questi stessi mesi Sky continua ad assumere decine e decine di persone a Milano, coi contratti che consente il Jobs Act”.

Il tutto – ed è stato uno dei grandi temi di questi mesi di agitazione nella redazione romana – senza mai realmente aprire un tavolo di confronto, ma procedendo con accordi interni e colloqui individuali, con tanto di incentivi per chi accettava prima degli altri la proposta dell’azienda. “Sky non manda alcuna lettera, non apre procedure di legge: del resto anche la legge – come i sindacati, i contratti e i diritti – per Sky è obsoleta”. E si tratta della stessa tv satellitare – ricordano i dipendenti – “con cui il magnate australiano entrò in Italia beneficiando di clamorose quanto discusse agevolazioni fiscali, occupando in seguito anche le frequenze sul digitale terrestre, che pure se affidate dovevano legarsi ad un piano industriale”.

Da qui l’idea di chiedere ai tre candidati di sedersi al fianco dei lavoratori, visto quanto annunciano nei loro programmi. Renzi parla di “diritti che devono garantire i lavoratori contro fenomeni inevitabili come l’avvento della tecnologia, la globalizzazione e la trasformazione del lavoro dipendente”. Orlando vuole “ridare dignità e forza al lavoro” poiché “l’arretramento dei diritti è diventato cronaca quotidiana” ed Emiliano ha scritto che il Pd è “nato per attuare i principi della Costituzione” ed è il partito dello Statuto dei lavoratori. Dagli intenti di programma nasce la proposta di “inserire la battaglia” nell’agenda politica del Pd e darle “voce nelle vostre campagne elettorali, in nome della costituzione e della dignità del lavoro nel nostro Paese”. Una richiesta al momento rimasta lettera morta.