“Non ci sono le condizioni per una nazionalizzazione“. Dopo i ministri dello Sviluppo, del Lavoro e dei Trasporti, tocca al premier Paolo Gentiloni commentare con “delusione” la situazione di Alitalia a due giorni dalla vittoria dei No al referendum tra i lavoratori sul pre accordo firmato dall’azienda e dai sindacati. Il presidente del Consiglio, che si era speso a favore del Sì avvertendo che “senza l’intesa sul nuovo piano industriale l’Alitalia non potrà sopravvivere”, è “deluso dal fatto che l’opportunità offerta dall’accordo tra azienda e sindacati non sia stata colta”. E ribadisce che, tramontato l’aumento di capitale da 2 miliardi messo sul piatto da Etihad e dalle banche creditrici e socie Unicredit e Intesa Sanpaolo, non ci sono “piani B”: il governo non vuole e non può salvarla con soldi pubblici. Soldi che tuttavia serviranno anche in caso di fallimento: il costo degli ammortizzatori per tutti i dipendenti è stimato in 1 miliardo di euro.

Per ora comunque, come confermato dal titolare dello Sviluppo Carlo Calenda, l’esecutivo è pronto a chiedere all’Unione europea il via libera a un prestito ponte fino a 400 milioni di euro per garantire alla compagnia di volare fino all’intervento di un compratore. Ammesso che i commissari (l’assemblea si riunirà il 2 maggio per sancire la richiesta di amministrazione straordinaria) riescano a tenerla in vita fino a quel momento e non si arrivi alla liquidazione, rischio al momento molto concreto.

L’azienda “deve essere nelle condizioni di stare sul mercato, di competere“, ha chiosato Gentiloni parlando durante la visita ad alcune aziende della provincia di Benevento. “Tuttavia non c’è dubbio che il governo si sente impegnato a non disperdere gli asset e le risorse di lavoro della compagnia aerea, come hanno già detto i ministri competenti in queste ore”. Anche Calenda, intervistato dal Corriere della Sera, esclude che “lo Stato possa mettere le risorse che erano disposti a mettere gli azionisti privati”. “Si è diffusa, anche per responsabilità di qualche sindacato che si è mosso in modo poco trasparente, l’idea, sbagliata, che Alitalia possa essere nazionalizzata e che ci siano i contribuenti a saldare i conti”, ragiona il ministro. “E invece non può accadere per due motivi: le regole europee non lo consentono; il governo e i cittadini non lo vogliono. Su questo siamo stati chiari dall’inizio”.

Una volta arrivata la richiesta di amministrazione straordinaria, ha poi spiegato Calenda, “il governo nominerà uno o più commissari, come previsto dalla legge, che avranno 6 mesi per portare avanti il processo di cessione degli asset in modo ordinato senza danneggiare i viaggiatori e la mobilità. Perché oggi per noi queste sono le priorità: non creare disservizi per i viaggiatori e ridurre al minimo i costi per i contribuenti”. Quanto al prestito ponte il governo concederà “il minimo indispensabile per completare il processo”. L’aiuto pubblico, previo via libera Ue, sarà concesso per 6 mesi “a condizioni molto precise che negozieremo sotto forma di prestito” per consentire i pagamenti indispensabili, dagli stipendi al carburante.

Intanto però il Pd renziano spinge per la ricerca di una soluzione “alternativa” per tutelare i lavoratori e la compagnia. Matteo Orfini, presidente del Pd, ha scritto in un articolo su Left Wing che “oggi il rischio di fallimento e liquidazione è concreto. Ma sarebbe sbagliato considerarlo un esito ineluttabile e prima di accettarlo occorre verificare con attenzione ogni possibile alternativa”.