Milano ha detto no. Anche Roma, in maniera netta. Secondo quanto riferiscono fonti dell’Ansa, i voti contrari hanno superato il 50%. La realtà è soltanto una: i lavoratori Alitalia hanno sconfessato il pre accordo raggiunto tra azienda e sindacati il 14 aprile scorso, che prevede la riduzione degli esuberi tra il personale di terra da 1.338 a 980 e la riduzione del taglio degli stipendi del personale navigante dal 30 all’8%. Conseguenza: addio alla ricapitalizzazione da circa 2 miliardi di euro che gli azionisti di maggioranza Unicredit e Banca Intesa Sanpaolo, insieme a Etihad (che detiene il 49%), avevano garantito in cambio del sì dei lavoratori e di una garanzia statale da 300 milioni di euro tramite Invitalia, provvedimento che il ministero del Tesoro aveva inserito nella manovrina.

Un risultato per certi versi inaspettato, che ferma il piano quinquennale prima di nascere e apre scenari a tinte fosche per la compagnia di bandiera,  che continua a perdere oltre 2 milioni di euro al giorno. Senza la ricapitalizzazione, si profila il commissariamento e la successiva messa in liquidazione. Un fallimento enorme sia per i sindacati (che avevano descritto come una grande vittoria il pre accordo del 14 aprile), che per il governo, con Gentiloni e i suoi ministri che si erano spesi in massa per il la vittoria del sì. Così a quanto pare non sarà. E, in attesa dei risultati dello spoglio, a Palazzo Chigi si è già tenuta la prima riunione del premier con Graziano Delrio (ministro delle Infrastrutture), Carlo Calenda (Sviluppo economico) e Giuliano Poletti (Lavoro).

Così lo spoglio delle schede diventa un conto alla rovescia drammatico, iniziato dopo la chiusura delle urne alle 16.00, che sembra disegnare anche una spaccatura fra personale di volo e personale di terra. Quando sono state scrutinate circa 5.200 schede, sui 10.101 votanti, i voti contrari sono 4.147 e quelli favorevoli solo 1.230. Il “no” emerge in particolare dalla prima urna, quella del personale viaggiante, ma anche nella seconda, dove hanno inserito la scheda amministrativi e non operativi (cioè il personale di terra), i voti favorevoli, pur essendo in vantaggio, non sembrano in grado di colmare il divario: i “sì” sono infatti 774 e i “no” 440. I primi dati definitivi dicono che a Malpensa si contano 278 No e 39 Sì, a Linate 698 No e 153 Sì.

Sono 3166 no e 304 sì i risultati definitivi dei due seggi di Fiumicino nei quali ha votato il personale di volo. Due le schede bianche, 60 le nulle. Nel secondo seggio di Fiumicino, allestito in mensa, secondo fonti sindacali l’urna avrebbe consegnato un risultato di 774 sì, 440 no (18 le schede contestate). L’urna registra il voto del personale di terra e mancano ancora i risultati di altri due seggi sempre del personale di terra. Nello scalo romano, nel frattempo, davanti al Training Academy Alitalia, ci sono quasi 200 persone in attesa del risultato finale, tra lavoratori dei due fronti contrapposti, delegati sindacali e cronisti. Al referendum dei lavoratori Alitalia hanno partecipato quasi 9 dipendenti ogni 10, per un’affluenza che si avvicina al 87%.

La vittoria del No, come detto, renderebbe del tutto inutile la nuova garanzia pubblica che il governo era pronto a mettere sul piatto. La manovra correttiva bollinata lunedì dal Quirinale autorizza infatti il Tesoro a sottoscrivere un aumento di capitale da 300 milioni di Invitalia, sua partecipata al 100%. Con quelle risorse l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, che per statuto deve “dare impulso alla crescita economica del Paese”, avrebbe poi fornito la rete di salvataggio richiesta dalle banche azioniste e creditrici Intesa Sanpaolo e Unicredit per partecipare insieme a Etihad alla ricapitalizzazione da circa 2 miliardi che la bocciatura del preaccordo con i sindacati fa ora sfumare.

La vittoria del No apre uno scenario complesso. Domani si dovrebbe riunire il cda, per deliberare la richiesta di amministrazione straordinaria speciale. Probabile la contestuale uscita dei soci per consegnare di fatto ‘le chiavi’ dell’azienda al governo. Una volta formalizzata la richiesta, il ministero dello Sviluppo Economico procederebbe con la nomina di uno o più commissari (fino a 3). Alitalia con la cassa potrebbe arrivare al massimo a metà maggio, condizione che pregiudica le vie d’uscita previste con l’amministrazione straordinaria speciale. Senza acquirenti o nuovi finanziatori, al commissario non resterebbe infine che chiedere il fallimento della compagnia, con la conseguente dichiarazione di insolvenza da parte del Tribunale. Il curatore fallimentare inizierebbe la procedura liquidatoria, con 2 anni di cassa integrazione, Naspi e quindi disoccupazione per i lavoratori, contestualmente la cessione ‘spezzatino’ degli asset della compagnia. I costi della liquidazione di Alitalia ammonterebbero secondo alcuni calcoli, a un miliardo.