Stando ai primi dati, in testa alle Presidenziali francesi si piazza l’insipido e sfuggente Emmanuel Macron, con i suoi discorsetti passe-partout scritti dal ghostwriter di turno e il sospetto di essere telecomandato da qualche spin-doctor. Il presunto “nuovo che avanza” come investimento di una cifretta a molti zeri nella consulenza d’immagine. A conferma che l’attuale stagione di politica post democratica ruota in larga misura attorno ai capitali che si è disposti a investire.

Probabilmente, tra due settimane sarà costui il prossimo inquilino dell’Eliseo, stando al fatto che la sua contendente Marine Le Pen sembra piuttosto zavorrata: dai lasciti paterni (sia pure rifiutati), per cui poco convince l’appello unitario nel nome del generale De Gaulle (che l’imbarazzante genitore Jean-Marie, limitrofo all’OAS, avrebbe voluto vedere morto), come dalle spese pazze con la paghetta europea, che ne accreditano l’appartenenza alla Casta politicante che pretenderebbe di osteggiare.

Da qui una domanda marginale: quali rimbalzi della vicenda transalpina sono ipotizzabili dalle nostre parti? Se la Le Pen ai ballottaggi non supererà quel 30% di voti accreditati dalle proiezioni, risulterà evidente che la xenofobia eurofobica non oltrepassa la soglia di una pur consistente minoranza. La qual cosa dovrebbe ridimensionare le aspettative di Matteo Salvini quale ipotetico perno di aggregazione dell’intera destra italiana, rilanciando le pretese egemoniche dell’ormai incartapecorito eppure sempre pervicace “rieccolo” Silvio Berlusconi.

Altrettanto male suonerebbe la vittoria di Macron per le velleità di Matteo Renzi, che pure ne condivide il look dei pantaloni a tubo di stufa e un accenno di basetta; oltre all’aspirazione di canalizzare simpatie e consensi dell’establishment. Ma il giovanotto di Amiens si è abilmente liberato dall’impiccio della forma-partito tradizionale, l’antico boy scout dell’Arno nei meandri della politica politicante ci si è impelagato fino al collo. E del resto tra il 39enne francese e il 42enne nostrano corre la differenza dell’essere stato l’uno il manager di fiducia dei banchieri Rothschild e l’altro dell’avere il babbo finanziato dalla Cassa di Risparmio di Firenze. Sicché il nostro ex (e aspirante futuro) premier può fare quello che vuole, ma non riesce mai a liberarsi dall’aura di Strapaese che lo avvolge in permanenza.

Semmai l’italico corrispondente di Macron sarebbe piuttosto Enrico Letta, attualmente parcheggiato a Parigi in riserva della Repubblica.

Comunque un campionario desolante, a riprova che questo gioco politico liofilizzato, con un personale fermamente determinato a dare conferma del superamento di ogni distinzione tra destra e sinistra in quanto cooptato nella corporazione trasversale del potere, ormai può mettere in campo solo pallidi fantasmi e sconfortanti caricature. Personaggi interessati soltanto a intercettare consensi con stereotipi che vellicano il ventre molle di una pubblica opinione raccogliticcia e umorale. Incanaglita.

Questo per dire che nulla di realmente risolvente può arrivare alla politica in crisi da questi ambienti e questi personaggi. Si tratti di Renzi o Salvini, Letta o pure Di Maio, con le sue ignobili battute a effetto sui taxi di morte carichi di immigrati.

Probabilmente occorrerà spostare l’attenzione altrove, magari all’ipotesi di rifondare la democrazia e riqualificare la vita pubblica a partire dalle città. Come propone la sindaco di Barcellona Ada Colau, indicendo dal 9 all’11 giugno un incontro nella sua città, con la partecipazione degli aderenti al movimento Fearless Cities, città senza paura. I promotori di un nuovo municipalismo collegato in rete, in cui la partecipazione e il controllo civici sono assicurati dalla vicinanza ai problemi.