Come affermato dall’Osce e dagli osservatori indipendenti il voto turco è stato ben al di sotto degli standard internazionali, sia per le intimidazioni cui sono stati soggetti gli elettori, sia per la mancanza assoluta di trasparenza e di meccanismi di controllo sulle schede. Si impone quindi la ripetizione del referendum in condizioni accettabili dal punto di vista democratico. Vi sono peraltro anche fattori di fondo che conducono a ritenere la nullità del voto.  Da questo punto di vista va valutato anzitutto il regime fortemente repressivo che si è progressivamente instaurato in Turchia negli ultimi anni. Un regime che vede la netta violazione di elementari principi democratici e dello Stato di diritto. Esso si basa su di un’alleanza fra il tradizionalismo sunnita definito più volte a torto come “moderato” e il fascismo nazionalista che in Turchia ha una storia molto antica e molto poco nobile. I suoi capisaldi, ribaditi in modo estramamente chiaro negli ultimi tempi, sono stati i seguenti:

1. il rilancio della guerra contro i Kurdi, in Turchia come anche in Siria e con il sostegno aperto alle peggiori frange fondamentaliste dell’opposizione siriana compresa, fino a un certo punto perlomeno, anche l’Isis. Ne sono stati vittima centinaia di civili, compresi donne e bambini, a cui difesa non interviene nessuno, tantomeno il pagliaccio Trump che ha invece approfittato della messinscena del gas per tentare invano di riguadagnare un posto nella vicenda siriana. Oltre 500mila sono gli sfollati. Una crisi umanitaria senza precedenti sulla quale la nostra stampa venduta e faziosa non accende nessun riflettore e non si sprecano le lacrime dei social network.

2. Repressione feroce contro ogni categoria, dai magistrati agli avvocati, dai professori universitari ai sindacalisti, dai giornalisti ai parlamentari, dai membri delle forze armate a quelli delle forze dell’ordine, che tenti in qualche modo di salvaguardare la propria dignità professionale e sociale rifiutandosi di diventare una marionetta in mano all’aspirante Sultano. Migliaia e migliaia sono gli appartenenti a tali categorie che sono stati licenziati e in vari casi arrestati, quando non addirittura uccisi come il presidente dell’Ordine degli avvocati di Diyarbakir Tahir Elçi. Sono oggi in carcere anche i dirigenti del terzo partito del Paese, l’Hdp, partito di sinistra fortissimo nelle zone kurde, fra i quali il segretario Demirttas che andrà a giudizio il 28 aprile prossimo.

Mediante tale spietata repressione, cui si è accompagnata l’aggressione nei confronti dei Paesi vicini come la Siria e il sostegno costante a settori dell’opposizione armata operanti al loro interno in netta violazione del principio di neutralità che impone di astenersi dall’appoggiare gli insorti, Erdogan sta praticando da tempo il suo obiettivo, che è quello di diventare il dominatore incontrastato della Turchia. Egli stesso del resto ha come modelli Solimano il magnifico e altri grandi Sultani del passato ottomano ed ebbe a dichiarare poco tempo fa che la democrazia è per lui come un tram che si prende e si utilizza solo fino a quando conviene.

Questo personaggio sconcertante è stato coccolato e viziato con offerte, prebende e cotillon. Con Trump, poi, vi è un feeling enorme, dato che si tratta di due guerrafondai scarsamente amanti di una sostanziale democrazia.

Sul piano internazionale, quindi, Erdogan gode di evidenti complicità anche se sono evidentissime e quotidiane le violazioni di principi giuridici elementari e dei diritti umani di crescenti settori della popolazione, specie tenendo conto della crisi economica che sta colpendo duramente il Paese dopo anni di relativo benessere e crescita. Il voto del 16 aprile è avvenuto in condizioni assolutamente antidemocratiche, dato lo stato d’assedio imposto di fatto in tutto il Paese (e prorogato di altri sei mesi subito dopo la “vittoria” referendaria) e con brogli denunciati dall’opposizione sia di sinistra che kemalista. Impedita e delegittimata la presenza di osservatori internazionali, che pure hanno svolto la loro funzione e denunciato a chiare lettere l’esistenza di brogli e intimidazioni. Nonostante tutto, la vittoria è stata davvero risicata e probabilmente senza i brogli e le violazioni della legge elettorale sarebbe stata una sonora sconfitta.

Erdogan vorrebbe restare chissà fino a quando, ma chissà se ci riuscirà, nonostante abbia letteralmente fatto carte false a tale fine. La lotta per la democrazia e la libertà continua oggi più forte in Turchia e riparte dalla richiesta di annullamento del voto. Dal voto di domenica esce l’immagine di un Paese spaccato a metà, con da una parte, schierati oramai nettamente contro il governo,  i settori sociali più dinamici e meno disposti a tollerare oltre un regime autoritario e oscurantista, dall’altra masse di popolazione semianalfabeta e impaurita, ad ogni modo abituata a subire in silenzio la tirannia da tempi immemorabili. Se l’Unione europea recuperasse uno straccio di dignità dovrebbe appoggiare i settori democratici e i loro sforzi di libertà e democrazia isolando il tirannico Erdogan che domenica ha certamente mancato il suo obiettivo di ricevere una legittimazione plebiscitaria.