Morta perché i medici litigavano su chi dovesse usare la sala operatoria. Ci sarebbe un “alterco” alla base del ritardo di un parto cesareo che causò la morte di una bambina, soffocata dal cordone ombelicale all’ospedale Di Venere di Bari nel 2016. Si chiude con questa ricostruzione l’indagine della Procura di Bari che ha fatto notificare a 11 indagati – medici ed infermieri – un avviso di fine indagine per concorso in omicidio colposo.

I fatti risalgono a un anno fa, quando Marta Brandi, 37 anni, viene portata nel blocco operatorio per un cesareo d’urgenza, a causa di una sofferenza fetale aggravatasi dopo la somministrazione di ossitocina. La sala operatoria di ostetricia, però, è occupata da due cesarei già programmati, quindi la paziente viene trasferita in Chirurgia generale: qui ci sono otto sale, ma due sono fuori uso per problemi strutturali e solo tre sono adatte a interventi d’urgenza. L’equipe di anestesisti, però, è soltanto una, ed è già prenotata per un’appendicite. L’anestesista insiste per procedere prima con il cesareo, ma viene “dissuaso dalle rimostranze dei chirurghi che, in maniera perentoria e ad alta voce, asseriscono che nella sala di chirurgia generale possono operare soltanto loro“, come riferirà lui stesso. I chirurghi tuttavia sostengono di non essere stati informati “dell’estrema gravità e urgenza” dell’intervento. La paziente con l’appendicite ancora non si vede per via del “completamento dell’iter diagnostico”, e dopo un’ora di attesa Marta viene finalmente operata. Ma ormai è troppo tardi per la sua bambina.