di Francesca Scoleri

Il Maresciallo Saverio Masi, capo scorta del pm Nino di Matteo e testimone nel processo Trattativa Stato-mafia, sarà processato per calunnia nei confronti degli Ufficiali dell’arma. Imputazione coatta.

Si chiude a Palermo il capitolo delle denunce operate dai sottufficiali Saverio Masi e Salvatore Fiducia nei confronti dei loro superiori: ufficiali dell’Arma che avrebbero ostacolato, reiteratamente, la cattura di boss di Cosa nostra dal calibro di Provenzano e Messina Denaro.

Il Gip Vittorio Alcamo, ha deciso per l’archiviazione e contemporaneamente per l’imputazione coatta a carico dei denuncianti sul banco degli imputati dal 6 aprile.
Secondo il Gip, i due sottufficiali non avevano titolarità a presentare richiesta di opposizione all’archiviazione alla Procura di Palermo perché, semmai vi fossero stati intralci nelle indagini citate, “non sono essi parte lesa”.

Resta incomprensibile come possano risultare infondate e non degne di approfondimento, le denunce non solo di Masi e Fiducia, ma di altri dieci fra ufficiali e sottufficiali che riconoscono nello stesso periodo e con le stesse figure all’interno dell’arma, i medesimi ostacoli.

Spicca fra questi, il nome del Generale Nicolò Gebbia sentito anche nel processo Trattativa come teste: “Io venni a Palermo apposta per catturare Provenzano, ma Sottili mi disse che non si poteva perché Grasso aveva stabilito che la ricerca di Provenzano spettava a un apposito reparto della squadra mobile ed ai carabinieri del Ros”. Nonostante quell’appunto, il Generale racconta di aver comunque condotto indagini che lo portarono ad individuare l’infermiere di Provenzano, Gaetano Lipari, successivamente condannato per  associazione mafiosa. Gebbia ha dichiarato di aver trascritto tutte le informazioni raccolte e di averle consegnate al Generale Niglio, morto poco dopo in un incidente stradale.

Saverio Masi  è un’ investigatore giudicato con note di merito d’eccellenza proprio dagli  stessi ufficiali che ha in seguito denunciato; rimosso dal reparto investigativo dei carabinieri di Palermo dopo aver dimostrato contrarietà al comportamento dei superiori riguardo alle sue indagini; è stato processato e condannato con l’accusa di aver utilizzato delle vetture private senza averne autorizzazione. Solo dopo l’avvenuta condanna, le autorizzazioni attestanti la correttezza del Masi, sono emerse nell’inchiesta che la Procura militare di Roma ha aperto nei confronti del Colonnello Sottili, oggi rinviato a giudizio proprio per diffamazione nei confronti del Maresciallo Masi.

La sensazione è che sia in atto una vera e propria ondata di discredito sul processo Trattativa; da una parte il pm Nino Di Matteo, che sta lottando per poter continuare a seguire il lavoro iniziato a Palermo nei confronti di uomini delle istituzioni che durante gli anni delle stragi, hanno maturato accordi con Cosa nostra, dall’altra, il testimone chiave Massimo Ciancimino, indebolito dalle condanne che lo hanno portato in carcere mentre i suoi legali subivano strani furti di computer contenenti proprio gli atti del processo Trattativa.

Si aggiunge ora l’ennesimo tentativo di indebolimento dell’impianto accusatorio colpendo il Maresciallo Saverio Masi che già nel processo per la mancata cattura di Provenzano a carico dell’ex Generale del Ros Mario Mori e l’ex Colonnello Mauro Obinu, aveva portato le proprie testimonianze in merito a fatti di compiuta incongruenza rispetto a pedinamenti interrotti, file spariti dai computer del nucleo investigativo e pedinamenti negati senza alcuna plausibile spiegazione.

Una cosa è certa: nelle aule di tribunali dove trattano i presunti favoreggiamenti a Cosa Nostra, abbiamo imparato che difficilmente si ha il coraggio di andare fino in fondo. Nella maggior parte dei casi, rileviamo fatti gravi che rasentano condotte illecite, liquidate come semplici “negligenze” e testimoni scomodi, vittime di azioni punitive ormai alla luce del sole.