Da qualche parte del mondo, c’è guerra. E le ragioni non le conosciamo davvero: veniamo a sapere solo quel che ci raccontano. Dunque, noi, non sappiamo niente se non che, dalla notte dei tempi, l’uomo è in guerra.

Avendo raccontato l’esperienza della divulgazione del documentario Jihad Selfie di Noor Hooda Ismail, ho realizzato una conferma: per l’ennesima volta, specialmente quanto si affronta un tema come il terrorismo e sfaccettature a esso legate, ci si confonde iniziando a commentare parti del discorso, stralci invece che l’intero concetto.

Il presupposto da tenere in massima considerazione è che ognuno di noi ha sensibilità, provenienze ed esperienze differenti, così come cultura familiare, scolastica e di vita. Le percezioni di ogni evento, concetto e reazioni complementari, daranno necessariamente risultati vari e contrastanti. Il rispetto per le differenze deve essere la base di ogni confronto, come l’accettazione di pareri e opinioni discordanti.

Sarò anche preso per infantile quando sogno un mondo migliore e propongo vie possibili di confronto, ma non demordo perché tanto quanto accade che qualcuno non raccolga il senso per come lo intendo nel mio scritto, altrettanto avviene in positivo e trovo feedback di persone che si caricano di positività, di voglia di fare, svoltare, migliorare quanto abbiamo intorno a noi in questa breve vita.

NULLA può e NULLA deve vietare alle persone di sognare una convivenza pacifica e un mondo migliore di come lo abbiamo trovato. Così come per trovare le vie per riuscirci e per ascoltare tutti.

Non è retorica fine a se stessa, non è populismo, così come non starò a prendermi male tutto il tempo.

No, vivrò e sorriderò tenendo presento ciò in cui credo. Non intendo combattere il terrorismo con la violenza ma intendo costruire rapporti di rispetto. Non si lotta demandando sempre ad altri con la speranza nella sola politica – che resta un termine estremamente plastico e strumentalizzabile. Piuttosto, si influenzano positivamente le persone ad aiutarne altre e a vivere in un modo più rispettoso per la propria vita e per quella degli altri. Del resto tutto questo è già politica, semmai può e deve essere un’attività apartitica e di cittadinanza attiva. Ma le etichette non le amo, preferisco il succo dei discorsi e la loro messa in pratica, perché viceversa sì che la retorica resterebbe tale.

Io sono certo che sia possibile.

Ma qui siamo in un blog: si elaborano concetti e punti di vista e poi li si scrive.

Allora io mio vede come unica via la seguente: bisogna imparare a mettere un punto alle faide.

Nel terrorismo, come nelle guerre di mafia, se non si decide di fermarsi, non si fermerà mai il sangue.

Per farlo, chi è capace di vedere oltre la situazione attuale deve iniziare a influenzare le altre persone in positivo. Tanto è semplice la soluzione, quanto è difficile credere di poterla applicare.
Dunque, è necessaria la volontà. Bisogna crederci.

Invito a cercare e vedere il documentario da cui – attentati a parte –  sono scaturiti questo e il precedente post. Molti di coloro che hanno scritto, forse non hanno letto per intero ciò di cui si parla. Eppure i commenti dovrebbero presupporre una lettura integrale. Parlo e scrivo con semplicità ma essere “semplice” non corrisponde a “banale”. La profondità semplice, senza sarcasmo dell’occasione, è una via necessaria, così come il mantenere vivo il fanciullo che è in noi. Certo, si potrà non essere d’accordo su ogni punto ma, sottolineo, prima, chi commenta deve esser certo di aver compreso il mio punto di vista per poter essere in grado di non condividerlo, perché una reinterpretazione propria ne annulla il mio significato.

P.S.: E grazie a Fiorello, per sdrammatizzare senza “ipocrisia contrita”, quando in EdicolaWeb lancia il “Je Suis Mondo!”

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