Domandina, cancellino, spesino, scopino, dama di compagnia, sono termini destinati a scomparire nel linguaggio dell’amministrazione penitenziaria: è quanto deciso da Santi Consolo, il direttore del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, il Dap.

Frequentando da qualche anno un paio di case circondariali ho imparato a chiamare le “guardie” agenti o assistenti, più che altro perché mi sono reso conto che quella denominazione non è gradita. Per il resto rimango invece affascinato dal gergo, accomunabile al linguaggio della mala, tanto da avviare su Numero Zero, il Dizionario dal carcere che mischia alcuni termini della criminalità – come “volino”, ossia il furto di un’auto lasciata in sosta con le chiavi nel cruscotto – a parole di uso comune, come “dama di compagnia” che indica un detenuto in cella con un altro al 41bis per un certo numero di ore.

In un’istituzione totalizzante quale il carcere, le usanze e le abitudini sono molto importanti: se vi capitasse di incappare per un periodo tra le sbarre vi rendereste conto che esiste un vero e proprio sistema di accoglienza dei detenuti per quelli che non si possono permettere i beni di prima necessità, così come esistono e sono di vitale importanza alcuni rituali come, ad esempio, bere il caffè che viene sempre preparato con grande cura e condiviso. Fanno parte di questo mondo anche l’interpretazione delle scelte dei giudici, valutate spesso in modo molto diverso da quanto i media possano riuscire a descrivere.

Il fatto che l’amministrazione carceraria decida di abbandonare un linguaggio definito “infantileggiante” è un buon segno: significa che, a partire dalle parole, ci si è resi conto che i detenuti devono essere trattati come adulti. Già questo potrebbe essere un buon segnale.

Non amo il politicamente corretto e non mi piacciono termini come “non vedente” o “diversamente abile” o “operatore ecologico”. Quando il cambiamento si ferma a un semplice formalismo lessicale che non tiene conto della realtà delle persone a cui si riferisce, allora l’operazione sarà solamente di facciata. Ecco perché spero quindi che nel caso delle carceri non si tratti di una semplice riverniciatura che darebbe luogo a un altro, inutile “carceriese”.

Proverò a capire che cosa ne pensano “i ragazzi” dietro alle sbarre. Per quanto ne so, sarà difficile far adottare loro il Nuovo Santi Consolo della Lingua Inframura. Si tratta di gente molto pratica, capace di discernere la sostanza dall’apparenza.