“Perdita di memoria e depressione sono due facce della stessa medaglia nell’Alzheimer”. Lo afferma uno studio italiano, secondo il quale l’origine della malattia va cercata nella morte dei neuroni dell’area collegata ai disturbi dell’umore. La ricerca, tutta italiana, appena pubblicata su Nature Communications, è firmata dall’Università Campus Bio-Medico di Roma, in collaborazione con la Fondazione Irccs Santa Lucia di Roma e con l’Istituto di biologia cellulare e neurobiologia del Cnr.

Già nei mesi scorsi uno studio Usa aveva individuato negli sbalzi d’umore possibili spie della malattia. E indicato in lavori in cui ci si deve relazionare molto con gli altri, come quello di insegnante o medico, un vantaggio contro il declino cognitivo tipico dell’Alzheimer. Adesso, la ricerca italiana suggerisce che le origini della malattia non vanno ricercate nella degenerazione delle cellule dell’ippocampo, la regione cerebrale dove nascono i ricordi. Ma nella cosiddetta area tegmentale ventrale, dove viene prodotta la dopamina, neurotrasmettitore collegato anche ai disturbi dell’umore. Gli scienziati italiani hanno scoperto che, come in un effetto domino, la morte dei neuroni deputati alla produzione di dopamina determina una riduzione dei livelli di questo importante messaggero nervoso nell’ippocampo, mandandolo in tilt. Il risultato è la progressiva perdita dei ricordi.

“Abbiamo effettuato un’accurata analisi morfologica di un’area profonda del cervello, difficilmente accessibile, mai considerata prima d’ora. E abbiamo scoperto – spiega a IlFattoquotidiano.it Marcello D’Amelio, dell’Università Campus Bio-Medico di Roma e della Fondazione Irccs Santa Lucia, coordinatore dello studio – che nell’Alzheimer i neuroni di questa regione sono i primi a morire. Quando, infatti, vengono a mancare i neuroni dell’area tegmentale ventrale che producono la dopamina, l’ippocampo inizia a funzionare male. Anche se – sottolinea lo scienziato – tutte le sue cellule restano intatte”.

La conferma arriva da alcuni test condotti su topolini di laboratorio. Ripristinando i livelli di dopamina con due terapie mirate – la prima con L-Dopa, un amminoacido precursore della dopamina, e la seconda basata su un farmaco che ne inibisce la degradazione -, gli scienziati hanno, infatti, osservato che è possibile recuperare negli animali la capacità di ricordare e la motivazione. I ricercatori sottolineano che i cambiamenti dell’umore associati all’Alzheimer non sarebbero, quindi, conseguenza della sua comparsa, ma un campanello d’allarme proprio dell’insorgenza della patologia.

L’Alzheimer, caratterizzato dall’accumulo di placche proteiche nei neuroni, è la forma di demenza più comune al mondo. Solo in Italia, secondo le statistiche dell’Alzheimer’s disease international (Adi) – la federazione internazionale legata all’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) che riunisce le associazioni che si occupano della patologia -, colpisce più di mezzo milione di persone oltre i 60 anni di età, e ben 47 milioni in tutto il mondo. Una cifra destinata a toccare i 76 milioni di casi entro il 2050, secondo il documento stilato dall’Adi “L’impatto globale della demenza 2013-2050”.  Sulle origini della patologia si stanno concentrando gli sforzi degli scienziati negli ultimi anni. È del 2015, ad esempio, la scoperta che anche alcune cellule immunitarie del cervello hanno un ruolo nell’insorgenza della patologia. Comprendere a fondo i meccanismi molecolari e genetici della malattia è fondamentale per mettere a punto strategie efficaci nel contrastarne la progressione.

Le prospettive che questo nuovo studio italiano apre sono molteplici. “Il prossimo passo – spiega D’Amelio – dovrà essere la messa a punto di tecniche neuro-radiologiche più efficaci, in grado di farci accedere ai segreti custoditi nell’area tegmentale ventrale, per scoprirne i meccanismi di funzionamento e degenerazione. Quello che vogliamo capire meglio, infatti, è il meccanismo attraverso cui i neuroni di questa regione muoiono, e quali sono i fattori che ne determinano la morte, che abbiamo dimostrato interessare il 50% delle cellule nervose dell’area. Questo – sottolinea lo scienziato – potrebbe aprire importanti prospettive, sia diagnostiche che terapeutiche. Al momento, però – precisa lo studioso -, il nostro studio non offre alcuna terapia. I due farmaci che abbiamo testato sui topolini in laboratorio non consentono, infatti, di risolvere il problema della degenerazione dei neuroni”. Lo studioso fa riferimento anche al morbo di Parkinson, causato dalla morte dei neuroni che producono la dopamina. “Il farmaco L-Dopa, ad esempio, è usato per il Parkinson solo in una fase terminale, perché sviluppa importanti tossicità, e non può essere proposto per l’Alzheimer. Tuttavia – conclude D’Amelio -, è possibile immaginare che le strategie terapeutiche future per entrambe le malattie potranno concentrarsi su un obiettivo comune: impedire in modo selettivo la morte dei neuroni della dopamina”.

Lo studio italiano su Nature Communications