Nel corso dell’interrogatorio di Massimo Carminati, protagonista principale del processo alla cosiddetta Mafia Capitale, che, a dire del sedicente “vecchio fascista degli anni 70”, se non ci fosse stato lui a farlo diventare una “cosa seria”, sarebbe stato una “cosa ridicola”, l’imputato ha dichiarato di “volere bene” al sodale Salvatore Buzzi, pur senza sebbene comprenderne la scelta processuale di difendersi accusando, attraverso la quale si sarebbe “tagliato i ponti con il passato”. Quest’affermazione induce a riflettere su come il discorso sotteso alla vicenda processuale, e ciò a prescindere da quelli che ne saranno gli esiti e lungi dal voler predicare il valore dei fatti oggetto d’accertamento giudiziario, metta necessariamente in gioco il significato di concetti chiave come politica, mercato, società; e costringa altresì a fare i conti con alcuni tra i maggiori dibattiti suscitati dalle loro forme storicamente determinate, primi fra tutti quelli sulla democrazia e sul capitalismo.

Ci si può rendere conto, così, di quanto la teoria condizioni la prassi. Di come, cioè, una ragione del successo delle mafie vada ricercata nel modo di gran lunga prevalente di guardare alla politica, in buona sostanza di definirla. Di come, se la politica si gioca tutta nei termini “imposti” dal realismo, ovvero in quelli del monopolio della forza fisica e dell’efficacia di tale forza come fondamento ultimo di legittimità di un potere, non si possa precludere ai mafiosi, in quanto anch’essi detentori di risorse di violenza, di diventare attori politicamente competitivi. Di come, insomma, per negare loro il diritto di esistere, bisognerebbe ripartire da una definizione aristotelica di politica, cioè da un’actio finium regundorum tra pubblico e privato: agli antichi risultava evidente sia l’esistenza di uno “spazio in comune” distinto da quello che ognuno occupa privatamente e che trascende l’arco della vita del singolo mortale, per investire le generazioni passate e future; sia che tale spazio va amministrato “in pubblico”, che si deve dare, cioè, la massima pubblicità agli atti riguardanti la sua gestione.

È noto che il passaggio dal pensiero dell’antichità, quando essere politici, vivere nella polis, voleva dire che tutto si decideva con le parole e la persuasione e non con la forza e la violenza, a quello dell’età moderna è stato segnato dalla necessità di espellere la forza dalle relazioni non politiche, cioè private, e dalla conseguente pretesa di confinarla nella sfera pubblica. In questa nuova prospettiva, il pubblico è governato dalla legge, ossia da una norma vincolante, in quanto posta dal sovrano, detentore del potere supremo, e solitamente rafforzata dalla coazione, il cui esercizio esclusivo appartiene in proprio allo stesso sovrano; il privato è regolato, invece, dal contratto, cioè da quel tipo di norme che i singoli stabiliscono per costituire, modificare o estinguere i loro rapporti di carattere patrimoniale, mediante accordi bilaterali, la cui forza vincolante riposa primariamente e naturalmente, indipendentemente dunque dalla regolamentazione pubblica, sul principio di reciprocità.

A seconda della sfera alla quale si assegna il primato, peraltro, si avrà “pubblicizzazione del privato”, quando il controllo statuale si estenderà a dimensioni tipiche del privato, sia sottoponendo al dominio della legge una serie di principi morali posti a tutela dell’individuo, trasformandoli in diritti, sia spingendosi fino al controllo dell’economia e della pratica dell’assistenzialismo; “privatizzazione del pubblico”, invece, quando, da un lato, si diffondono i rapporti di tipo contrattuale al livello delle relazioni politiche e, dall’altro, la rivendicazione di uno Stato minimo deregolamentato e affidato ai meccanismi di mediazione spontanea del mercato.

Il paradosso di questi due processi, fra loro in realtà affatto compatibili, ha dato vita a forme di totalitarismo senza difesa. Se, infatti, la “pubblicizzazione del privato” è stata spinta al punto d’arrivare ad appropriarsi delle dimensioni più intime dell’identità personale, sino a pretendere di assoggettarle alla legge, come, ad esempio, nel caso delle leggi razziali naziste e fasciste, che altro non facevano se non elevare a criteri oggettivi, pubblici, di discriminazione fattori privati quali la fede religiosa o la convinzione politica; la “privatizzazione del pubblico”, forma non meno pericolosa di nuovo totalitarismo, attribuendo poteri taumaturgici alla mediazione spontanea del mercato riduce la politica a compravendita dei voti e il cittadino a schiavo disposto a riscattare la propria emarginazione con il commercio dei propri figli e dei propri organi.

Ovvio che partendo da simili assunti, come peraltro già messo in evidenza da Fabio Armao (Sistema mafia. Dall’economia-mondo al dominio locale, Torino 2000), non è neppure ipotizzabile isolare concettualmente le mafie, sintesi originale di totalitarismo politico e mercantile. Esse, infatti, per un verso “pubblicizzano il privato”, poiché scrutano metodicamente, a scopo di ricatto, quanto appartiene alla sfera più intima degli individui e amplificano artificiosamente la privacy fino a farne uno strumento politico; per altro verso “privatizzano il pubblico”, poiché tendono a ridurre, sin quasi a esaurirlo, lo spazio in comune restringendo, nella sua forma più estrema, il campo delle esperienze alla più personale e meno comunicabile: il dolore fisico.