La diplomazia si muove per esortare la Cina a porre fine all’utilizzo della tortura e alla pratica della detenzione extragiudiziale in località segrete. Nei giorni scorsi 11 missioni diplomatiche hanno sottoscritto una lettera inviata al ministro per la Pubblica sicurezza, Guo Shengkun. A svelare la vicenda è stato il quotidiano canadese Globe and Mail, con il giornalista Nathan VanderKlippe che ha potuto leggere il contenuto del documento, datato 27 febbraio, “molto critico” nei confronti del governo cinese. Niente di nuovo, di tanto in tanto rapporti sulle violazioni dei diritti umani nel Paese asiatico ottengono l’attenzione mediatica internazionale. Se non fosse per la portata delle accuse e perché stavolta tra i firmatari non compaiono né Stati Uniti Unione Europea, i cui rappresentati in passato non hanno mancato di far sentire il proprio sostegno ai dissidenti e ai difensori dei diritti umani nell’ex Impero celeste. L’assenza è tanto più lampante ora che alla guida della Casa Bianca siede Donald Trump, fautore di un America First che secondo molti è preludio di un disimpegno americano dal proscenio globale. Assieme ad Australia, Canada, Giappone e Svizzera, l’elenco dei firmatari include però alcuni partner comunitari (Belgio, Francia, Germania, Estonia, Repubblica Ceca e Regno Unito). E come si evince dalla lettura, dall’elenco manca anche l’Italia.

A pesare di più è però l’assenza statunitense. Anche perché nella recente visita in Cina, il segretario di Stato Rex Tillerson è sembrato meno attento rispetto ai suoi predecessori al tema della tutela dei diritti umani. Proprio per questo diversi osservatori ritengono che si sia trattato di qualcosa di un più di una distrazione burocratica. Tanto più in vista del prossimo incontro tra il presidente cinese Xi Jinping e Donald Trump, nel resort di Mar-a-Lago in Florida. Secondo quanto ricostruito da Sophie Richardson, direttrice per la Cina di Human Rights Watch, Washington avrebbe declinato la richiesta di siglare la lettera, “un segnale molto preoccupante” non soltanto per quanto avviene nella Repubblica popolare. Come invece riporta il Washington Post, l’Unione europea si sarebbe invece defilata per la contrarietà dell’Ungheria, i cui rapporti economici con Pechino sono sempre più stretti.

Da parte loro, gli 11 Paesi che hanno scelto di fare pressioni sul governo cinese hanno formalmente chiesto di indagare sulle denunce di torture inferte a una gruppo di avvocati detenuti per il loro impegno a favore dei diritti civili. Nel corso della presidenza Xi la repressione nei confronti dell’attività di quanti lavorano per far rispettare ciò che è previsto dalla stessa Costituzione e dalle leggi cinesi si è fatta più severa. Per le autorità, il giro di vite iniziato all’incirca a luglio del 2015, quando una serie di retate portarono al fermo di oltre 250 avvocati, diversi ancora agli arresti, è servito a smantellare gang criminali e tutelare l’ordine sociale. L’accusa più comune è stata quella di voler sovvertire il potere dello Stato. Provvedimenti che vanno di pari passo con i divieti a manifestare e o cercare di portare i casi dei propri assistiti, spesso normali cittadini che si scontrano con le amministrazioni locali, all’attenzione dell’opinione pubblica

I firmatari hanno espresso la propria “crescente preoccupazione per le recenti accuse di torture, crudeltà e trattamenti inumani e degradanti” contro i difensori dei diritti umani. L’elenco delle vittime include gli avvocati Xie Yang, Li Heping, Wang Quanzhang e Li Chunfu e l’attivista Wu Gan. Xie, riporta il quotidiano canadese, ha raccontato ai propri legali di essere stato preso a calci e pugni durante gli interrogatori, nonché sottoposto a privazione del sonno e del cibo. Li Heping e Wang sono stati torturati con scariche elettriche. Li Chufu è stato tenuto per 500 giorni in un luogo segreto. Accuse che il governo cinese e i giornali ufficiali respingono dipingendole come bufale di stampa, “bugie orchestrate” .

Già nel 2015 un rapporto di Amnesty International denunciava la pratica estorcere confessioni con la violenze, condannata dalla stessa Corte suprema del popolo, il più alto organo giudiziario del Paese. Nonostante ciò all’epoca quasi la totalità di queste confessioni veniva accettata a processo. Anche il comitato delle Nazioni Unite contro la tortura accusa i cinesi di aver permesso che tali pratiche “siano riuscite a radicarsi in profondità” nel sistema giudiziario della Repubblica popolare, chiedendo pertanto nell’ultimo rapporto, datato 2015, di porre fine alla pratica delle sorveglianza domiciliar e facendo pressioni affinché i funzionari responsabili di abusi ne rispondano penalmente.