“M’hanno chiamato e ho colto al volo l’opportunità, la sfrutterò al massimo”. E’ felice come una Pasqua il signor Antonio Corsi, dal 1997 sindaco di Sgurgola, in provincia di Frosinone, col pallino della tromba. Il suo progetto popolare a sostegno delle bande musicali d’Italia è stato bocciato dalle urne nel 2013 ma è appena risorto in Parlamento. Merito del matrimonio contratto di fresco con i deputati di “Alternativa Libera” eletti con il movimento di Grillo e poi organizzati in componente autonoma insieme agli ex Civatiani. Che però li hanno abbandonati su due piedi per “Possibile” lasciandoli in braghe di tela: sono rimasti solo in cinque, in numero inferiore ai 10 deputati necessari per essere componente riconosciuta dalla Presidenza e come tali ammessi all’utilizzo dei fondi per le spese di segreteria, ufficio legislativo, ufficio stampa e tutto il nécessaire di dotazioni della Camera.

Non tutto è perduto per Massimo Artini, Marco Baldassarre, Eleonora Bechis, Samuele Segoni e Tancredi Turco che in quattro anni sono diventati tra i più lesti, reattivi e scaltri deputati di tutta la Camera. Lo hanno appena dimostrato depositando per primi la mozione che potrebbe riaprire il caso Minzolini in un Parlamento imbambolato dai contraccolpi del salvataggio. L’altra faccia della medaglia è che hanno imparato a usare la stessa disinvoltura a proprio favore, fino a ricorrere agli espedienti tipici della Casta contro cui si scagliano.

Per evitare la decadenza, ad esempio, si sono avvalsi della classica eccezione al Regolamento, armamentario prediletto di correnti e partitini: l’art. 14 comma 9 ammette la possibilità di costituirsi come componente politica anche a un numero di deputati inferiore a dieci (fino a tre), purché “rappresentino un partito o movimento politico la cui esistenza, alla data di svolgimento delle elezioni per la Camera dei deputati, risulti in forza di elementi certi e inequivoci, e che abbia presentato, anche congiuntamente con altri, liste di candidati ovvero candidature nei collegi uninominali”. Perfetto, ma c’è un problema: nessuno dei deputati in questione ha tale requisito, essendo stati tutti eletti con il simbolo del M5S che appartiene a Grillo.

Così bussano alla porta di Corsi Antonio da Sgurgola, appassionato di bande e folklore popolare che con la sua lista civica “Tutti insieme per l’Italia” nel 2013 raccolse lo 0,01% dei voti al Senato e lo 0,00 alla Camera, posizionandosi terzultimo davanti alle liste “Staminali d’Italia” e “Democrazia Atea”. Da allora non se ne aveva più notizia e la pagina Facebook, con 200 iscritti, sembrava destinata all’oblio. Fino allo scorso 19 di marzo, quando scatta il colpo di fulmine coi deputati di AL per i quali torna ad essere un buon partito. Firmano l’accordo: lui ci mette giusto il simbolo, una chiave di violino bianca su sfondo tricolore, loro potranno appenderci la richiesta di fondi.

Del matrimonio (di interessi) danno notizia gli stessi deputati di Al: “Per evitare la decadenza della componente e il conseguente scioglimento dell’ufficio legislativo e dell’ufficio comunicazione abbiamo concluso un accordo a titolo gratuito con il signor Antonio Corsi per l’utilizzo del Simbolo ‘Tutti Insieme per l’Italia’ nella composizione della componente parlamentare”. Gli ex grillini in cambio garantiranno l’impegno a “supportare il lavoro relativo alla realtà della Musica Popolare e Amatoriale delle Bande Musicali, Cori e Gruppi Folklorici, nonché dell’Arte, Cultura e Lavoro, comunque connessi all’attività del Partito ‘Tutti Insieme per l’Italia’, anche tramite l’elaborazione di atti parlamentari e di sindacato ispettivo mirati a promuovere l’attività di Tutti Insieme per l’Italia”.

Nella contropartita anche l’impegno a consentire ad almeno un rappresentante di ‘Tutti Insieme per l’Italia” – cioè allo stesso Corsi, che si era presentato da solo alle elezioni – “l’accesso alla Camera; facilitare l’uso dei servizi a disposizione della Componente parlamentare (sale riunioni, organizzazione eventi e sala stampa); coordinare il lavoro parlamentare con gli uffici della componente parlamentare. Questo accordo ci consentirà di mantenere in piedi la componente e di continuare a pagare gli stipendi di coloro che ci aiutano quotidianamente a lavorare per la collettività con la consueta indipendenza che ci ha sempre contraddistinti”.

L’indipendenza, infatti, ha i suoi costi. Solo gli stipendi dei dipendenti di staff (4 uffici stampa, 2 del legislativo, l’archivista e un consulente per il sito) costano oltre 20mila euro al mese: impossibile mantenerli senza attingere ai fondi della Camera, ammessi però solo a componenti autonome riconosciute. Complicata anche l’opzione di pagare tutto di tasca propria rinunciando alle restituzioni, disposte secondo statuto, di quote dello stipendio parlamentare che venivano pubblicate sul sito dagli aderenti di AL sotto la voce “restituzioni”. Risultano ferme al gennaio 2016, con bonifici fino a 91mila euro in favore di onlus, scuole e dell’associazione antimafia Libera. Interromperle del tutto offrirebbe il fianco alle accuse degli ex colleghi grillini di essersi adeguati ai peggiori vizi della Casta. E allora non resta che chiudere gli occhi e baciare il rospo. Che grazie all’accordo entra in Parlamento con una chiave di violino, senza mai essere stato eletto.