[English version]

Nella foto, la casa di Basil al-Araj, l’attivista di cui si parla nel post, a Ramallah, il 6 marzo 2017, dopo il raid in cui è stato ucciso dall’esercito israeliano

Allora, come va?, chiedo agli amici deputati ogni volta che torno qui. E sono dieci anni che torno: dieci anni esatti. Ma la risposta è sempre la stessa: mi guardano, e mi dicono: “Non è stato facile”. Però il nuovo governo di unità nazionale è quasi pronto.

L’accordo ormai è concluso, mi dicono.

E poi, certo, giurano: poi andremo a votare.

Perché non sembra, ma il mandato di Mahmoud Abbas è scaduto nel 2009.

E nel 2010 è scaduto anche quello del Consiglio Legislativo.

Ma per molti la priorità, qui, è l’unità nazionale. Che poi significa l’unità tra Hamas e Fatah. Ogni volta che critichi l’Autorità Palestinese, ti obiettano che non è il momento. Che il problema vero è Israele. Tutto il resto, qui, viene dopo.

Ed è quello che ti dicono anche molti attivisti internazionali. Quelli che denunciano l’occupazione giorno per giorno, e raccontano di ogni olivo sradicato, di ogni sputo di colono – ed è importante, è ovvio. A scanso di equivoci: non vorrei meno informazione. Ma più informazione. Perché quanti di voi in questi giorni hanno letto di Abbad Yahya? Di certo avete letto di Elor Azaria, il soldato che a Hebron ha sparato a un palestinese a cui avevano già sparato, che era già a terra ferito, ed è stato condannato a 18 mesi di carcere – in un Paese in cui un palestinese che tira pietre rischia fino a 20 anni di carcere. Ma quanti di voi hanno letto di questo scrittore di Ramallah a cui hanno confiscato l’ultimo libro? Un giallo. La storia di un omicidio. Secondo Ahmed Barak, procuratore generale della Palestina, parla di sesso, e persino di gay: e viola la pubblica moralità. In realtà, è un libro che viola altro: perché non è un giallo, è una storia molto politica, metafora della crisi della società palestinese. E soprattutto, della sua leadership. Ma Murad Sudani, che è a capo del sindacato degli scrittori, è stato esplicito: in un Paese occupato, ha detto, il ruolo di uno scrittore non è dividere, ma generare speranza. Guidare la resistenza. La libertà dello scrittore, ha detto, finisce dove inizia la libertà della patria.

E però quanti di voi, in questi giorni, hanno letto di Abbad Yahya?

Ogni volta che parli dell’Autorità Palestinese, ti dicono di parlare di Israele. Perché il problema, ti dicono, è Israele. Ma parlare dell’Autorità Palestinese, ormai, significa parlare di Israele. E’ noto e stranoto: con gli accordi di Oslo, Israele ha subappaltato la gestione dell’occupazione ai palestinesi stessi. O più esattamente: ad alcuni palestinesi. Per cui l’occupazione è una fonte di profitto. Di profitto politico, ma soprattutto economico.

Non hanno alcun interesse alla fine dell’occupazione: sarebbe anche la loro fine.

Probabilmente è eccessivo dire che è stato tutto intenzionale. Tutto voluto. Che a Oslo era già tutto chiaro. Ma questo, di certo, è il punto a cui si è arrivati. Perché per creare l’Autorità Palestinese, la comunità internazionale decise di versare tutti i fondi destinati alle nuove istituzioni direttamente sui conti correnti privati di Arafat perché Arafat potesse comprarsi il consenso, consolidare le sue reti clientelari – perché i suoi uomini, gli uomini dell’Olp, tornati dopo un lungo esilio, potessero così sostituire la nuova generazione di attivisti che si era formata durante la Prima Intifada: e che era contro gli accordi di Oslo, temeva che fossero quello che poi si sono rivelati: nient’altro che una riconfigurazione dell’occupazione. Negli anni di Arafat, dalle casse dell’Autorità Palestinese sono spariti 900 milioni di dollari. E da allora, non è cambiato niente. Anzi. Tutto, qui, dipende da Hamas e Fatah. Un lavoro, un’autorizzazione. Una visita medica specializzata. Non esistono diritti. Solo favori e concessioni.

Hamas e Fatah non sono due partiti: sono due centri di potere.

All’alba del 6 marzo, Basil al-Araj è stato ucciso dagli israeliani nel pieno centro di Ramallah, con un raid di quelli in genere riservati ai comandanti di Hamas. A nemici di altro calibro. Era uno dei più noti attivisti: uno dei più noti oppositori dell’Autorità Palestinese.

Quella che viene difesa, ormai, più che l’unità, è la collusione nazionale.

Si parla di ogni singola casa demolita. Di ogni nuovo insediamento. Ed è giusto. Ma quanti di voi, in questi anni, hanno letto che sempre più arabi israeliani, nonostante tutte le discriminazioni, preferiscono vivere sotto Israele, piuttosto che sotto l’Autorità Palestinese? Chi danneggia di più i palestinesi: chi racconta quello che pensano, o chi fa sì che arrivino a pensarlo?