Con la nomina del nuovo ambasciatore degli Stati Uniti a Roma qualcosa cambierà rispetto al passato. Sotto questo aspetto Lew Eisenberg, cui va l’augurio di buon lavoro (e Dio sa se ne ha bisogno) costituisce un segno di discontinuità che va considerato per evitare sorprese. I commenti italiani sono stati di routine. Anche un giornale ben informato come La Stampa, se non altro perché il suo direttore conosce bene l’America, ha dato l’annuncio con uno stile quasi burocratico. Il nuovo ambasciatore viene dalla finanza.

E’ un uomo ricco che vanta un rapporto di stretta fiducia con il presidente Trump. Questa ultima valutazione è fondamentale per un ambasciatore che se non gode della fiducia del suo governo serve a ben poco, alle cerimonie, ai discorsi ufficiali, alle gaffe come quella che Matteo Renzi difficilmente dimenticherà dell appoggio al referendum sull’abolizione del senato ostentato dall’ambasciatore uscente Philips. E’ in gioco questa volta la politica americana in medio oriente, in particolare il sistema di relazioni con Israele e il mondo arabo.

Le linee ispiratrici di John Kerry (un po’ ingenue, alla Wilson, e bocciate da clamorosi insuccessi) erano state la democratizzazione degli stati arabi e il conseguente gelo con il governo di Israele sulla situazione dei coloni. Questi due punti avevano guidato la stagione delle sommosse arabe e dei tentativi (sempre abortiti) dei negoziati israelo-palestinesi patrocinati dagli Stati Uniti.

E’ evidente che entriamo ora in un campo scivoloso, pieno di pericoli. L’Italia per la sua collocazione geopolitica non può chiamarsi fuori da questa cornice che condizionerà non poco la evoluzione della sua politica interna. Specialmente dopo la deriva turca. Le condizioni economiche e finanziarie italiane giustamente mettono in un angolo ogni altra preoccupazione. La politica è la Cenerentola, di cui ognuno pensa e dice il male possibile. In più ci attende la ghigliottina della rinegoziazione degli interessi che sinora sono stati decisamente favorevoli.

In Europa le elezioni olandesi sembrano stabilizzare il quadro politico e autorizzano i benpensanti a tirare un sospiro di sollievo. Risulta che molti settori della sinistra orfana di Renzi pensino a un leader di riserva, sempre citato e mai calato sul tappeto. A una riedizione riveduta e corretta della infausta formula Mario Monti che tutti gli osservatori hanno rimosso e non vogliono sentire più nominare. La riserva della Banca d’Italia e della Bocconi dopo quella esperienza si è esaurita. Avanti un altro. Resta Mario Draghi come ultimo e disperato approdo. E’ una persona presentabile in casa e all’estero. Parla ugualmente bene inglese e tedesco.

Siamo certi che questa sia la strada maestra della stabilizzazione economica e politica? Il male italiano sono le istituzioni che non funzionano e non rappresentano il cittadino e in questi anni di archiviazione della prima repubblica non abbiamo mai restaurato veramente la democrazia. Oggi è tutto più difficile. E il mediterraneo con i suoi equilibri precari è lì che aspetta. E’ paradossale come l’Italia sia condannata dalle circostanze a operare in un clima politico di perenne emergenza istituzionale: it’s geography stupid.