Sono tornato nei giorni scorsi nell’amena e piacevole Rabat, Capitale del Regno del Marocco per assistere alla nuova fase del processo contro circa 25 indipendentisti saharawi, ovvero sostenitori della necessità di garantire il diritto di autodeterminazione alla popolazione stanziata sul territorio del Sahara Occidentale, occupato dal Marocco più di 40 anni fa, subito dopo il ritiro della precedente amministrazione coloniale spagnola. Ne risultò un conflitto politico e militare che dura fino a oggi. Il tentativo delle Nazioni unite di venirne a capo, chiamando la popolazione del territorio occupato a pronunciarsi con un referendum sul proprio futuro, è risultato finora vano, anche perché il Regno del Marocco si oppone a tale eventualità temendo, probabilmente a ragione, un esito sfavorevole che lo costringerebbe a rinunciare a un territorio ricco di risorse (in particolare fosfati, pesce e forse anche uranio).

Nell’autunno del 2010 varie organizzazioni locali promossero un accampamento di protesta a Gdeim Izik nei pressi di El Aioun, Capitale del territorio occupato. Oltre 20mila persone, fra cui donne, bambini, anziani e intere famiglie, vi parteciparono per chiedere condizioni di vita degne e il rispetto del loro diritto all’autodeterminazione. L’8 novembre di quell’anno le autorità marocchine decisero di sgombrare il campo e si verificarono dei disordini. Per quanto accaduto in tale occasione vennero arrestati e rinviati al giudizio i 25 dirigenti e militanti indipendentisti cui ho accennato. Al termine di un processo inscenato davanti al tribunale militare essi vennero condannati a pesanti pene detentive, fra cui molti ergastoli.

Opportunamente la Corte di Cassazione marocchina procedette, il 14 settembre 2016, all’annullamento della sentenza pronunciata dal tribunale militare, osservando fra l’altro che quest’ultimo non aveva in alcun modo dimostrato la colpevolezza degli imputati, condannati per presunta uccisione di 11 membri delle forze dell’ordine dei quali a tutt’oggi si ignorano perfino i nomi e sulle cui presunte spoglie mortali non sono mai state effettuate autopsie o altri accertamenti, a conferma dei dubbi sollevati da chi sostiene trattarsi di un’invenzione più o meno fantasiosa. La Cassazione marocchina inoltre deferiva la competenza al tribunale civile a norma del nuovo Codice penale militare adottato nel luglio 2015.

Il processo è quindi partito da capo davanti alla Corte d’Appello di Rabat il 26 dicembre dello scorso anno. Pur apprezzando l’intento della magistratura marocchina di ottemperare in tale modo a taluni principi giuridici fondamentali, relativi all’obiettività dei giudici e alle garanzie degli imputati, occorre rilevare che il nuovo processo presenta taluni aspetti alquanto paradossali. Infatti esso si basa sugli stessi elementi di prova già valutati davanti al tribunale militare. Innanzitutto le confessioni estorte agli imputati con la tortura, come accertato dal competente Comitato delle Nazioni unite. Tale circostanza rende ovviamente nulle in modo del tutto insanabile le dichiarazioni rese. Altro elemento di prova un filmato del quale non sono chiare né l’origine, né le modalità di realizzazione. Giova poi ripetere che l’imputazione di aver provocato disordini nei quali avrebbero trovato la morte undici appartenenti alle forze dell’ordine appare del tutto insostenibile dato che di queste presunte 11 vittime sono a tutt’oggi ignote l’identità e le modalità del decesso, come ha rilevato la stessa Corte di Cassazione del Regno.

In conclusione siamo di fronte a un processo politico e l’unica reale colpa degli imputati è quella di essere a favore dell’indipendenza del loro territorio e dell’esercizio del diritto di autodeterminazione, a parole riconosciuto da tutta la comunità internazionale, Marocco compreso. Occorre quindi augurarsi che il Tribunale civile ammetta l’infondatezza delle accuse, procedendo quanto prima alla liberazione degli imputati che sono in carcere da oltre sei anni sulla base di una condanna dichiarata nulla, e più in generale, che la popolazione del Sahara occidentale possa liberamente esercitare il suo diritto di autodeterminazione, ponendo fine a un’ingiustizia che dura oramai da oltre 40 anni.