PONTEDERA – “Nascere vuole dire uscire dal niente; morire vuol dire tornare nel niente: il vivente è ciò che esce dal niente e torna nel niente”, Emanuele Severino

C’è chi ha bisogno del caos dentro di sé per creare una stella danzante e chi, al contrario, assurge al vuoto, percorre le vie che lo portano all’essenza sottraendo, togliendosi dalla mischia, eliminando desideri e illusioni, azioni inutili che lo massificano, scegliendo l’ascesi e l’eremo, il silenzio e il niente.

Già perché di niente, interiore e materiale, tratta Il Nullafacente (prima nazionale, prod. Teatro della Toscana, versante Pontedera; regia esperta e fruttuosa di Roberto Bacci) di Michele Santeramo (eccezionalmente in scena, il più efficace dei cinque attori), un niente salvifico, che pulisce e fa respirare, fa vedere meglio contorni e distanze, un niente che ci fa finalmente ascoltare chi siamo in questa dimensione terrena desolata, una volta che ci siamo lavati dalle sovrastrutture di questa società, dai doveri imposti da un Sistema che ci governa e domina e che noi non possiamo in alcun modo cambiare o spostare di rotta.

Se l’esterno ci costringe a essere numeri, soldatini che eseguono ordini, consumatori spersonalizzati, allora l’unica fuga è la rinuncia a questi standard competitivi che creano soltanto ansia alzando sempre l’asticella in alto producendo aspettative insoddisfabili ed esigenze che nessuno, in definitiva, ha davvero bisogno di colmare.

Santeramo qui torna a un’alta qualità della parola, dopo alcuni “passi falsi” come 32″16 o Scene d’interni dopo il disgregamento dell’Ue, con un testo che ha aperture e spalanca finestre di riflessione filosofica. Ancora tratta dei suoi temi cardine, malattia e famiglia; è la sua cifra l’indagare su questi due aspetti che esplodono l’uno nell’altro. Il drammaturgo di Andria studia e analizza la fine, l’esistenza stessa. Si esce dal teatro con tanti dubbi e punti di domanda, che è quello che dovrebbe sempre fare il teatro, pungolare e non dare risposte certe.

In questa bolla di sapone di pensiero ruoli metaforici come avvoltoi svolazzano attorno a un tavolo, quasi un atollo in mezzo all’oceano d’infelicità che tutt’attorno vortica. Il nostro nullafacente non è che non faccia ma è come se raccogliesse le energie e non volesse sprecarle in mansioni vane, sta in letargo senza farsi illusioni ma mai senza speranza. Con lui la moglie malata terminale (Silvia Pasello in altri ruoli più convincente, qui dimessa non riesce a dare il suo solito contributo solido, un po’ in secondo piano) e altri personaggi (Francesco Puleo, Tazio Torrini, Michele Cipriani, troppo comprimari; la pièce poteva essere benissimo uno scambio a due), il medico, il fratello e il proprietario di casa legati alle materialità e da questa soverchiati.

Se compri qualcosa è quel qualcosa che compra te. Questo mondo crea dipendenze che sembrano antidoti per combattere la noia, s’inventa compiti, “divertimenti” e attività ma è tutto un arrangiarsi per allontanare la morte, che invece se ne sta lì affatto intimorita da tutto questo nostro agitarsi. E’ anche un testo (ben curato il libretto con disegni di Cristina Gardumi e foto di Guido Mencari) anticapitalista (“I soldi ti danno la libertà di essere schiavo”) e anticonsumistico: il nullafacente non compra, non paga l’affitto, ha in sé tratti di Bartleby lo scrivano di Melville come del Meursault de Lo Straniero di Camus, parvenze gandhiane. E’ nichilista ma non autodistruttivo, non aspira al suicidio anzi, come il suo amato bonsai, vero e proprio personaggio-confessore, ha radici.

Vuole vivere ma si chiede il perché lo debba fare sottostando a regole che non ha scelto e cerca soltanto di tornare nel grembo materno, dentro quel caldo e confortante liquido amniotico sonnacchioso dove tutto era placido e senza nevrosi. Vuole stare con la moglie (dolorosa Io che amo solo te di Endrigo pizzicata dal contrabbasso di Ares Tavolazzi), lì fermo impassibile, a metà tra il saggio zen e il folle clochard, senza le preoccupazioni che avvelenano la vita.

La sua non è pigrizia, non è menefreghismo, è sano egoismo il cercare di dilatare il tempo che ha a disposizione senza per questo infarcirlo di fasulli oneri: “Vogliono guadagnare la vita; ce l’hanno già e la sprecano”. E’ apatico, insensibile e anaffettivo verso gli oggetti, le cose che una volta comprate non ci fanno star meglio: “Perdere tempo è il vostro modo di passare la vita”. La sua forza è che non ha niente da perdere, per questo non cede a nessun ricatto. Il Nullafacente non è infelice, siamo noi che lo siamo. Per questo ridiamo di lui: “Niente è più reale del nulla”, Samuel Beckett.