La chiamano “la muerte digna”, la morte dignitosa.

La Comunità autonoma di Madrid, una delle diciassette regioni spagnole, ha approvato all’unanimità, il 2 marzo, la legge che disciplina il diritto alla morte dignitosa.
La proposta di legge, presentata dal partito socialista (Psoe), approdata all’approvazione definitiva, ha seguito un percorso legislativo – iniziato nel luglio 2016 – che ha contemperato le esigenze di tutti i gruppi parlamentari: i socialisti, la sinistra radicale di Podemos, i centristi di Ciudadanos e i conservatori del Partido popular.

Così tutte le principali formazioni politiche della cattolicissima Spagna, compresi i conservatori da sempre punto di riferimento dell’Opus Dei, hanno individuato un punto di incontro per regolamentare, da una parte, il diritto dei malati in stato terminale a ricevere cure palliative, dall’altro, per fissare con precisione i doveri cui dovranno attenersi, nelle somministrazioni mediche, gli operatori sanitari.

Le cure tendono a controllare il dolore con l’obiettivo dichiarato “di preservare la migliore qualità possibile di vita fino al termine della stessa”, esse potranno essere somministrate se ricoverati in strutture ospedaliere, accompagnati permanentemente da familiari, o, se si preferisce, in domicili privati.

La legge disciplina come raccogliere il consenso preventivo del paziente, le persone che possono esprimersi nei gravi casi patologici di perdita di coscienza, garantisce i pazienti terminali da “accanimenti terapeutici” contrari alla loro volontà, prevede sanzioni per i medici obiettori, istituisce un Comitato etico con funzioni di soprintendenza dei centri sanitari e un ruolo consultivo attivo nelle decisioni cliniche più controverse.

Una legge sconcertante per l’Osservatorio di bioetica dell’Università cattolica di Valenza, un primo passo verso il diritto all’eutanasia e il suicidio assistito secondo Diritto a morire degnamente, associazione che persegue i medesimi obiettivi dell’associazione della galassia radicale Luca Coscioni.

Qualche mese fa la Società spagnola di cure palliative (Secpal) denunciava che in Spagna circa 54mila pazienti muoiono senza palliativi, cifra destinata a scendere se si considera che, con la comunità madrilena, salgono a otto le regioni – la prima è stata l’Andalusia nel 2010 – nelle quali è possibile esprimere una volontà contraria al trattamento medico intensivo (Su El Pais la mappa).

Intanto, come in Italia, il dibattito sul “fine vita” è acceso: il Parlamento catalano, la regione autonoma al momento cura solo un registro per il testamento biologico, sta discutendo su una proposta di legge per la depenalizzazione dell’eutanasia e del suicidio assistito.

Peccato che nel nostro Paese, cattolico quanto la Spagna, le discussioni durino lo spazio di un nuovo caso eclatante – questa volta la storia di Dj Fabo – il tempo di un’emozione.