E’ un groppo alla gola quello che mi prende, come quando da ragazza ricacciavo indietro le lacrime per non farmi trovare debole, arresa, davanti a mio padre o a un’amica che mi aveva ferita.
In questi giorni si è giustamente parlato tanto della scelta di morire e della forzatura di doverlo fare all’estero trasformando una scelta estrema in un paradossale viaggio di sola andata. Ne ho parlato anche con la mia figlia più grande quando tornando a casa da scuola, dopo la lezione di religione, mi ha raccontato che “dio non vuole il suicidio”.

Ho letto più volte le storie di Dj Fabo e di Gianni, l’uomo di Venezia morto oggi nella clinica di Zurigo. Non bisogna aver paura di parlare della morte, guardarla in faccia, perché nonostante il battito della vita ci appaia vibrante, quasi scontato nella nostra esistenza, vivere è anche morire. Vivere è (anche) prepararsi a morire.

Mentre ieri guardavo i miei figli rincorrersi facendo il solito chiasso tra le pareti di casa, mentre ridevo di qualcosa con mio marito non ponendo in discussione il mio diritto alla vita, sentivo come un irrazionale senso di colpa nel trovarmi dalla parte favorevole della barricata – almeno fino ad ora – proprio mentre in quelle ore due persone sceglievano scientemente di interrompere la loro vita, che vita più non era.

Certo, mentre siamo impegnati a scorrere le nostre semplici o complicate vite da occidentali sani e baciati dalla fortuna, ad ogni minuto in qualche parte del mondo si consumano guerre, torture, si vivono ingiustizie che nel nostro agio sarebbe impensabile affrontare. Nel nostro sentire un po’ egoistico e superficiale si è portati a credere che certe sciagure siano endemiche, sciagure lontane che qui non possono attecchire. Se nasci in Sierra Leone, in Afghanistan o ad Haiti la tua sorte sarà diversa da uno che nasce a Stoccolma o a Toronto.

Le vicende di eutanasia di questi giorni, al contrario, arrivano chiarissime al nostro sentire, toccano angoli di coscienza comprensibili a tutti, sono storie non così lontane quanto Kabul o Freetown, sono due storie nelle quali tutti potremmo ritrovarci. E proprio per questo sollevano sentimenti contrastanti, smuovono le viscere e fanno leva sulle paure, sul nostro concetto di fatalità, di mortalità.

Si crede sempre, specie da giovani, di vantare dei crediti nei confronti della vita, perdendone spesso di vista il valore profondo, troppo impegnati a guardare attraverso lo specchietto retrovisore vanagloriando un passato inimitabile o costruendo castelli di sabbia su un futuro intangibile.

Il presente, quello si fa tanta fatica a viverlo.

Ossessionati dal passato o dal futuro, si stenta a guardarsi i piedi, a calibrare il passo, uno dopo l’altro, oggi. Quasi che fosse impossibile godere di un bel presente adesso, come se la felicità di oggi sia più sbiadita di quella di ieri, e sul futuro incomba una nube di oscuri presagi. Fateci caso, quando c’è una giornata di sole arriva sempre qualcuno ad avvertire che da domani il tempo si guasterà…

Ma se è vero che nel passato non si fa più ritorno e il futuro non si può presagire, quel che resta è il presente. Con l’unica certezza che la vita vada costruita mattone dopo mattone, giorno dopo giorno e che la felicità poggia sulle scelte di oggi e non su quando “i figli saranno grandi”, o su quando “le cose cambieranno”.
Fintanto che c’è la possibilità, soprattutto per noi figli di una geografia favorevole che è anche destino, il presente cambierà soltanto se saremo noi a invertire la rotta, a dare una sterzata per godere appieno di quell’unica condizione che non ci siamo scelti: venire al mondo.

L’esempio di questi uomini che quietamente, distinguendo la vita come valore assoluto dalla mera esistenza, hanno deciso di morire, dovrebbe essere la spinta per non sciupare la nostra occasione unica, la fortuna di esseri uomini liberi, ancora vivi.