Un rifiuto durato settimane nel rispettare la legge che le imponeva di pubblicare l’ultima dichiarazione dei redditi e la sua situazione patrimoniale. E, quando la pubblicazione è avvenuta, un errore che ha trasformato 3,6 milioni di euro di azioni Microsoft in appena 36mila, dato corretto dopo qualche ora. Niente che per il consiglio comunale di Milano sia valso quantomeno un richiamo formale nei confronti di Roberta Cocco, assessora alla Trasformazione digitale e dirigente in aspettativa della multinazionale americana. La maggioranza di centrosinistra guidata dal Pd ha, infatti, votato compatta contro la mozione di censura presentata da Lega e Forza Italia. Mentre Cocco, che con le deleghe ricevute dal sindaco Giuseppe Sala gestirà bandi a cui potrà partecipare la stessa Microsoft, ha negato l’esistenza di qualsiasi conflitto di interessi.

L’assessora la fa franca, dunque, dopo essere finita al centro di un caso sul quale aveva aperto un’istruttoria l’Autorità nazionale anticorruzione di Raffaele Cantone, coinvolta dagli stessi uffici di Palazzo Marino che per settimane si erano visti negare i documenti da mettere online sul sito del comune. Il dibattito che ha preceduto la votazione è avvenuto a porte chiuse, dopo che giornalisti e pubblico sono stati fatti uscire dall’aula in virtù di un articolo del regolamento del consiglio valido nei casi in cui si discute di “demeriti, capacità, comportamento pubblico e privato” di consiglieri e assessori. Poi il voto a scrutinio segreto, che con i 27 no della maggioranza e i 16 sì più un astenuto tra le opposizioni ha bocciato la mozione.

A quel punto le porte dell’aula sono state riaperte e Cocco ha preso la parola, motivando le sue resistenze alla trasparenza con “questioni di privacy della mia famiglia”. Dopodiché è entrata nel merito delle azioni detenute: “Non è un mistero che Microsoft ricompensi i suoi dipendenti con delle stock options, che dopo 25 anni nel mio caso hanno raggiunto una cifra considerevole, ma che è frutto del mio onesto lavoro”.

Una situazione che secondo le opposizioni rappresenta un conflitto di interessi, considerati gli investimenti del comune in innovazione informatica. Ma per l’assessora, “il tema del conflitto di interessi non esiste e non può esistere. Invito alla cautela a sollevare questo argomento, perché così sembra che si vuole far passare l’idea che chi viene dal mondo delle aziende e delle professioni non può accettare incarichi pubblici. E’ ridicolo pensare che le azioni di un manager possano condizionare i valori in Borsa e che in virtù di un pacchetto di azioni un assessore possa condizionare le scelte dell’amministrazione. Chi lo pensa ha una grossolana conoscenza dei meccanismi che regolano un comune virtuoso come quello di Milano”.

Parole che non hanno però convincono le opposizioni. “La nostra posizione non cambia: Roberta Cocco non può continuare a essere l’assessore alla Trasformazione digitale del comune di Milano – è la posizione del M5s spiegata dalla capogruppo Patrizia Bedori – non abbiamo nulla contro i manager che decidono di impegnarsi in politica, a patto che questi non siano collocati in ruoli nei quali si trovino ad assumere scelte che possano astrattamente favorire i loro datori di lavoro o le aziende a queste connesse, con scelte chiaramente antitetiche rispetto all’interesse dei cittadini, soprattutto se, come nel caso specifico, stiamo parlando di una manager in aspettativa e che quindi tornerà a lavorare per Microsoft”.

Il tema del conflitto di interessi esiste anche secondo Stefano Parisi (“l’importante è che questa situazione venga spiegata perché il conflitto può essere gestito ma va dichiarato, il tema della trasparenza è molto importante”) e per Gianluca Comazzi di Forza Italia, secondo il quale “la maggioranza, votando contro l’ordine del giorno di censura dell’opposizione, manda un messaggio per il quale i cittadini devono rispettare le regole mentre i politici sono al di sopra della legge. Il sindaco ruoti le deleghe dell’assessore Cocco e le tolga quella sulla digitalizzazione”. Di avviso contrario il capogruppo del Pd Filippo Barberis, che si dice “convinto del disinteresse e della qualità dell’assessora”, ma ammette che sia stato “un errore non pubblicare subito il reddito”.

@gigi_gno