mani-pulite-cover-150E’ in edicola e in libreria da sabato 25 febbraio “Mani pulite-25 anni dopo”, di Gianni Barbacetto, Peter Gomez e Marco Travaglio, edizione rivista e aggiornata del volume che propone la storia completa dell’inchiesta giudiziaria che travolse la prima repubblica. Il volume è pubblicato da “Paper First” (448 pagine, 12 euro). Ecco un ampio brano dell’introduzione, dedicato allo smontaggio delle “post verità” su Tangentopoli messe in circolo in questi anni nello scontro su politica e malaffare. Che, un quarto di secolo dopo, è ancora aperto. 

Le sette post-verità

1. Mani pulite fu un’operazione politica che eliminò per via giudiziaria un intero sistema che aveva garantito 50 anni di democrazia in Italia.

È stata una grande, ma ordinaria indagine giudiziaria, Mani pulite, non un’operazione politica. Partì da una piccola inchiesta su una tangente da 7 milioni di lire che poi, come nel gioco del domino, si allargò mazzetta dopo mazzetta e portò alla luce un gigantesco sistema della corruzione. E potè svilupparsi grazie a un insieme di concause. L’abilità investigativa dell’ex poliziotto Antonio Di Pietro e degli altri pm a cui il nuovo Codice di procedura penale del 1989 aveva passato la direzione delle indagini e il coordinamento della polizia giudiziaria. La crisi economica, che aveva assottigliato il denaro pubblico da destinare agli appalti e dunque i margini per le mazzette, il che rese gli imprenditori più disponibili a denunciare i politici che chiedevano loro mazzette in cambio di vantaggi sempre meno lucrosi. La stanchezza per lo strapotere dei partiti e l’insofferenza verso una corruzione sempre più famelica, sfacciata e plateale (le barzellette sui socialisti ladri erano diventate fenomeno di costume, come quelle sui democristiani mafiosi). La caduta del muro di Berlino, con la conseguente fine della guerra fredda e del mondo diviso in due blocchi: tutti fattori geopolitici che fino al 1990 avevano reso impossibile il ricambio al governo e improcessabili i partiti della maggioranza anticomunista.

Nella nuova situazione – giudiziaria, economica, politica, sociale, geopolitica – dei primi anni 90, le indagini sulla corruzione, che una parte della magistratura aveva già tentato in precedenza (fermandosi però sempre ai singoli episodi, o addirittura infrangendosi dinanzi ai sistemi di insabbiamento dei vari “porti delle nebbie”), poterono allargarsi e risalire ai livelli superiori e scoperchiare quello che era non un insieme di casi isolati e slegati fra loro, ma un sistema organico e organizzato di regolazione dei rapporti tra imprese e politica. Poi furono non i giudici nei processi, ma gli elettori nelle urne, a far saltare il sistema dei partiti della Prima Repubblica, ormai screditati, e a costringere la stessa classe dirigente a cambiare (almeno in apparenza) il quadro politico. Tant’è che il primo a beneficiarne fu il più abile figlio dell’Ancien Regime corrotto, Silvio Berlusocni, grazie alle sue capacità mimetiche e trasformistiche, agevolate dal suo strapotere mediatico e pubblicitario.

2. Mani pulite ha salvato i “comunisti” e ha annientato gli anticomunisti, cioè i democristiani e soprattutto i socialisti.

A guardare i fatti, i “comunisti” non sono stati affatto salvati: il primo politico arrestato da Mani pulite non fu il socialista Mario Chiesa (amministratore di un ospizio comunale), ma il pidiessino ex comunista Epifanio Li Calzi, assessore comunale?? all’Edilizia. Dopo di lui, finì in carcere o sotto indagine l’intera dirigenza del Pds milanese: i “cassieri” occulti Luigi Carnevale e Sergio Soave, il segretario provinciale Roberto Cappellini, l’ex vicesindaco Roberto Camagni, l’assessore Massimo Ferlini, il segretario provinciale Barbara Pollastrini e il parlamentare Gianni Cervetti (gli ultimi due??? poi assolti). A Roma, le indagini giunsero fino al tesoriere nazionale Marcello Stefanini e al responsabile del patrimonio immobiliare Marco Fredda. Furono arrestati e condannati il funzionario Primo Greganti e il responsabile del settore energia Giovanni Battista Zorzoli. Il pool indagò anche sulle coop rosse, sugli appalti dell’Enel e dell’Alta velocità e anche su una misteriosa valigia piena di soldi che Raul Gardini portò nella storica sede del Pci di Botteghe Oscure, di cui però non si riuscì a individuare il destinatario (anche per la morte dei principali protagonisti della vicenda).

Le indagini ricostruirono un sistema in cui i partiti di governo partecipavano direttamente alla spartizione delle tangenti, mentre il Pci-Pds era finanziato attraverso una quota degli appalti pubblici assegnati alle cooperative rosse che poi finanziavano, perlopiù legalmente, il partito. Tranne a Milano, dove la corrente “migliorista” del Pci-Pds era entrata a pieno titolo nel sistema delle mazzette con i “cassieri” Carnevale e Soave; e in alcuni sistemi nazionali come quello dell’energia e dell’Alta velocità. Il Psi apparve più colpito da Mani pulite perché il suo padre-padrone Bettino Craxi risiedeva e operava a Milano (sotto la competenza diretta di quella procura, diversamente dai segretari degli altri partiti, con base perlopiù a Roma) e perché gl’imprenditori e i cassieri di area socialista si rivelarono i più disponibili a confessare, rendendo più facili le indagini. Inoltre il Psi aveva la “panchina corta”: rispetto a Pci e Dc era meno compartimentato, privo di filtri organizzativi tra i cassieri delle mazzette e il segretario nazionale. Infine, Craxi si rivelò l’unico segretario di partito che rubava anche per sé e senza alcuna precauzione: come raccontano alcuni testimoni, i soldi gli venivano consegnati in grandi buste gialle direttamente nel suo ufficio milanese, in piazza Duomo 19.

3. Mani pulite usò il carcere come forma di tortura e le manette per estorcere confessioni.

La decisione di mandare in carcere gli indagati veniva presa non dal pool di Mani pulite, ma dai giudici delle indagini preliminari (i gip), come previsto dalla legge. Quanto alle confessioni, molti degli indagati le rendevano senza essere arrestati o ancora prima che scattassero le manette ai loro polsi (“Cominciavano a parlare già al citofono”, ricorda ironico Davigo). Se una percentuale minima di indagati finivano in carcere, era per impedire – sempre nel rispetto scrupoloso della legge – che potesse fuggire, o reiterare il reato o inquinare le prove, intimidendo testimoni o concordando versioni di comodo o distruggendo documenti. Chi confessava veniva rimesso in libertà perché erano cadute le esigenze cautelari: non poteva più né ripetere il reato, né inquinare le prove, avendo reciso il vincolo di omertà che lo legava all’organizzazione criminale, rendendosi inaffidabile agli occhi dei complici. “Il ragionamento va dunque rovesciato”, spiega Davigo: “non li mettevamo dentro per farli parlare, ma li mettevamo fuori dopo che avevano parlato”.

4. Mani pulite ha indotto al suicidio molti arrestati.

È un argomento drammatico e ricattatorio, questo dei suicidi, perché quella del suicidio è una scelta estrema che soltanto lui potrebbe spiegare. In ogni caso, checchè se ne dica, nessun indagato di Mani pulite si è tolto la vita in carcere. Erano indagati, ma a piede libero, il segretario del Psi di Lodi Renato Amorese e il deputato socialista Sergio Moroni, entrambi morti suicidi. Era libero anche Raul Gardini, che non sopportò il peso delle accuse che avrebbe dovuto confessare di lì a qualche giorno nell’interrogatorio già fissato in Procura. Morì in carcere, invece, il presidente dell’Eni Gabriele Cagliari, ma il pool Mani Pulite l’aveva già fatto scarcerare: era trattenuto in cella da altri magistrati per una diversa indagine, quella sulla tangente Eni-Sai (in cui, post mortem, risultò poi colpevole), e non per strorcergli confessioni, ma perché stava cercando di inquinare le prove, mandando a dire ai coimputati di non raccontare quanto sapevano.

Amorese, in una lettera ai familiari, spiegò la sua drammatica scelta con il fatto di non riuscire a reggere la vergogna di leggere il suo nome nelle cronache di Tangentopoli. Ne scrisse una anche a Di Pietro: “La ringrazio per la sensibilità, pur nella rigorosità giusta delle sue funzioni”. Anche Moroni lasciò una lettera, in cui non se la prendeva con i magistrati, ma con i compagni del Psi che l’avevano emarginato e isolato. Uno di loro, Loris Zaffra, raccontò: “Con Moroni ne avevamo discusso la scorsa estate. Aveva molto sofferto per il cordone sanitario che gli era stato fatto attorno. Tangentopoli ha messo a nudo, oltre al giro delle tangenti, la slealtà dei rapporti politici. Sei stato arrestato? Peccato per te, entri nel cesto delle mele marce. Gli altri, che con te hanno diviso errori e responsabilità, si girano dall’altra parte. Inaccettabile”.

Dopo la morte di Moroni, Craxi commentò: “Hanno creato un clima infame”. Il coordinatore del pool Gerardo D’Ambrosio, addolorato ma duro, replicò: “Il clima infame l’hanno creato loro. Noi ci siamo limitati a scoprire e perseguire fatti previsti dalla legge come reati. Poi c’è ancora qualcuno che si vergogna e si suicida”. E Davigo: “Le conseguenze dei delitti devono ricadere su chi li ha commessi, non su chi li ha scoperti”.

5. Mani Pulite fu ispirata o manovrata da poteri occulti (la Trilateral, i poteri forti, gli americani, la Cia…) che volevano mettere fine alla Prima Repubblica e impossessarsi delle aziende di Stato italiane.

Anche qui, la verità storica è molto più prosaica e banale. Nel biennio 1992-’93 l’Italia vive una grande trasformazione politica ed economica, nel contesto della profonda mutazione geopolitica internazionale (la fine della guerra fredda). Molti poteri, italiani e non, cercano di incunearsi in questa svolta storica e provano a pilotarla per i propri interessi: la massoneria tenta di sostituirsi ai partiti morenti; Cosa nostra va a caccia di nuovi referenti e tratta nuovi equilibri con lo Stato; le centrali economiche internazionali provano a influire sulla metamorfosi del sistema italiano; alcuni imprenditori portano a casa a prezzi di saldo pezzi dell’industria di Stato. Ma non c’è alcun complotto. Gli Stati Uniti, molto attenti a ciò che accade in casa nostra fin dal dopoguerra, tengono sotto osservazione l’evoluzione italiana, ma con maggiore distacco rispetto a prima, quando il nostro Paese era terra di confine tra i due blocchi e la Dc era blindata al governo e improcessabile. Dopo l’implosione dell’impero sovietico, gli americani lasciano che l’Italia segua il suo destino. E le indagini di Mani Pulite possono decollare.

6. Il protagonista di Mani pulite, Antonio Di Pietro, era un personaggio spregiudicato e corrotto.

“Da che pulpito viene la predica”, verrebbe da dire, citando Davigo: a dare lezioni di etica a Di Pietro e agli altri magistrati del Pool hanno provato personaggi pesantemente coinvolti nel sistema di Tangentopoli, attaccando i loro accusatori per tentare di riabilitare se stessi. Quanto a Di Pietro, è stato indagato in lungo e in largo, decine di volte, senza che sia stato trovato un solo elemento di rilievo penale a suo carico. La Procura di Brescia, imbeccata dalle denunce di fior di inquisiti, ha aperto un’infinità di procedimenti sul suo conto, a cui Di Pietro si è disciplinatamente sottoposto, dopo essersi dimesso prima dalla magistratura e poi da ministro dei Lavori Pubblici. Da tutti i procedimenti è uscito prosciolto con formula piena.

Quello che resta è il fango che è stato messo in circolo in una campagna politica e mediatica durata anni e che alla fine è riuscita a raggiungere l’obiettivo di appannare l’immagine dell’uomo che nel 1992-93 era considerato “l’eroe di Mani pulite”, beatificato da gran parte della stampa e della tv con toni enfatici e agiografici oltre ogni limite di decenza e di pudore: quasi fosse santo, veniva chiamato “la Madonna” e perfino il suo linguaggio popolano, pieno di anacoluti e privo di congiuntivi, era lodato come “dipietrese”. Poi, quando il vento cambiò, Di Pietro divenne un villico illetterato, arruffone e spregiudicato. Tutti particolari che non inficiano minimamente il suo meritorio lavoro di magistrato né riducono di un centesimo la colpevolezza degli inquisiti che Di Pietro ha scoperto e fatto condannare. Come osserva spesso Davigo, attingendo dal catechismo della Chiesa cattolica, “la validità del sacramento prescinde dalla moralità di chi lo celebra: la messa è valida anche se il prete ha la fidanzata”.

7. Bettino Craxi fu un grande statista morto in esilio, a cui sarebbe ora di dedicare una via o una piazza di Milano.

Non è questo il luogo per valutare le qualità politiche di Craxi, che ha sempre diviso l’Italia fra ammiratori e detrattori, dai primi considerato uno statista innovatore e coraggioso, dai secondi un traditore dei valori del socialismo. Comunque sia, è stato riconosciuto colpevole in via definitiva dalla Corte di Cassazioine, in nome di quel popolo italiano che egli aveva governato per quattro anni come presidente del Consiglio, di reati gravi come l’illecito finanziamento ai partiti e la corruzione. Aveva pienamente accettato, anzi sublimato, il sistema di Tangentopoli, cioè la scientifica spartizione tra i partiti delle tangenti imposte su ogni appalto pubblico. Aveva trasformato il Psi in un’organizzazione in cui la forza politica dei leader locali e nazionali era misurata sulla loro capacità di raccogliere finanziamenti illeciti e mazzette. Lui stesso manteneva saldamente la leadership del partito anche grazie ai soldi delle tangenti, con una grave distorsione del gioco democratico. E utilizzò una parte dei proventi delle tangenti per scopi personali. Lo documenta la sentenza del processo All Iberian (concluso in primo grado con la condanna di Craxi e del suo finanziatore occulto Berlusconi, e in appello e in Cassazione con la prescrizione dei reati accertati): almeno 50 miliardi di lire raccolti per il partito e finiti su tre conti svizzeri intestati allo stesso Craxi furono da lui destinati a finanziare il canale televisivo Gbr della sua “amica” Anja Pieroni, per comprarle l’hotel Ivanohe a Roma, per acquistare una casa a New York, per affittare una villa in Costa Azzurra per il figlio Bobo. Ed è un altro fatto documentato giudiziariamente che la gran parte del malloppo milionario delle tangenti del Psi non fosse gestito in Italia dal segretario amministrativo del partito, ma all’estero da vari prestanome personali di Craxi: Silvano Larini, Mauro Giallombardo, Gianfranco Trojelli e Maurizio Raggio, l’ex barista di Portofino fuggito in Messico con quel che restava del bottino, per sottrarlo al sequestro dopo l’esplosione di Mani Pulite.

“Abbiamo corrotto anche la corruzione”

Nell’estate del 1998, dinanzi alle ennesime mattane di Silvio Berlusconi che tiene inchiodata e sequestrata la politica italiana ai suoi processi per conquistarsi l’impunità, Indro Montanelli propone provocatoriamente sul Corriere della sera un referendum popolare per abolire i reati del Cavaliere e anche le patrie galere, per metterlo definitivamente al sicuro. Dal centrodestra si scatena la solita canea contro il grande giornalista. Il quale, qualche giorno dopo, riceve una lettera spiritosa e affettuosa del suo amico Franco Modigliani, premio Nobel per l’Economia, che vive negli Stati Uniti dai tempi del fascismo: “Caro Montanelli, il tuo articolo del 20 luglio, nel quale proponevi provocatoriamente un referendum sui guai giudiziari di Berlusconi, era sublime. E ci ha fatto un gran bene, ridandoci un po’ di speranza per il tuo, ed ex nostro, povero Paese. Sono molte settimane che mia moglie Serena e io, leggendo i giornali italiani, ci stropicciamo gli occhi domandandoci: ‘Siamo matti noi o sono matti loro?’. Speriamo che la tua intelligente parodia svegli l’opinione pubblica!”. Montanelli, sulla prima pagina del Corriere, gli risponde così: “Caro Franco, (…) non illuderti che i tuoi consigli possano avere, come non lo hanno i miei flebili ma molto meno autorevoli richiami, qualche impatto su una pubblica opinione che non conosce, per distinguere il giusto dall’ingiusto e separare il buono dal cattivo, altro strumento che l’accetta. Convinta di trovarsi di fronte al dilemma: o la corruzione o il comunismo, essa non ha avuto, e continua a non avere, sulla scelta, alcun dubbio. Per due motivi, uno più italiano dell’altro. Primo, perché ad avere paura del comunismo, e a mostrarla, non ci vuole più il coraggio che ci voleva quando il comunismo, quello vero e mortale, incombeva realmente. Saggezza insegna che quando i lupi urlano, meglio urlare coi lupi. Secondo, perché dopo tanti secoli che la pratichiamo, dietro l’esempio e sotto il magistero di nostra Santa Madre Chiesa, ineguagliabile maestra d’indulgenze, perdoni e condoni, noi italiani siamo riusciti a corrompere anche la corruzione e a stabilire con essa il rapporto di pacifica convivenza che alcuni popoli africani hanno stabilito con la sifilide, ormai diventata nel loro sangue un’afflizioncella di ordine genetico senza più gravi controindicazioni. Ci siamo riusciti seguendo la più semplice delle terapie: quella non di spegnere i roghi, ma di mandarci, insieme alle streghe e agli untori, anche i pompieri, in modo da creare un tale viluppo di corpi, di anime e di responsabilità, che non consenta altra soluzione che l’assoluzione. Imparzialmente plenaria, si capisce. Ci si arriverà, prima o poi, anche stavolta. E, a dirti il vero, nemmeno io riesco a vedere come altrimenti si possa uscirne. Cosa si può fare in un Paese che, per curare i matti, invece di migliorare i manicomi, li sopprime? Quando ci tornerai – spero presto – ti raccomando (…) di fare una capatina a Predappio per deporre un mazzolino di fiori sulla tomba del povero Duce, che ti ha reso il grande servigio di costringerti a emigrare e a cercarti un’altra patria. Pensa un po’ come saresti diventato, se restavi tra noi. Uno come noi, saresti diventato, che non sappiamo nemmeno più da che parte stiamo, perché a mettersi dalla parte della ragione, qui in Italia, c’è sempre il rischio, anzi la certezza, di vederla amministrata in modo tale da fornirne di migliori a chi sta dalla parte del torto”.

Ecco: una ragione migliore di questa per spiegare il nostro libro non l’abbiamo trovata. E ora buona lettura. E buona memoria.