E’ successo un po’ come quando in strada sulla corsia opposta sfreccia una bella macchina d’epoca, con il motore che canta ancora sonoro sotto il cofano lucidato a dovere, e ci si gira a guardarla con un po’ di magone. Quella di Walter Veltroni è stata un’apparizione sul palco dell’assemblea del Pd, una folgorante madeleine per i nostalgici del Partito Democratico – e perché no, della sinistra – che fu. L’ex segretario ha fatto il suo appello agli scissionisti in pectore, tenendo il discorso che ci si aspettava da Matteo Renzi e sottolineando un confine doloroso: quello tra sé e gli esponenti di ciò che rimane della sinistra e che ancora per i prossimi due giorni decideranno il futuro del partito.

Walter Veltroni e Matteo Renzi: il primo segretario che, dopo anni trascorsi dietro le quinte, interviene in favore dell’ultimo per evitare la scissione del partito che ha contribuito a fondare. Perché “se la prospettiva è il ritorno a un partito che sembra la Margherita e a un altro che sembra i Ds, allora non chiamatelo futuro: chiamatelo passato“, dice parlando con il tono di chi una visione politica sa cos’è, anche se con tutto il rimpianto di chi non è mai riuscito a metterla in atto al di fuori del Grande Raccordo Anulare. Nel mezzo, tra l’uno e l’altro, una storia di imboscate, coltellate tra fratelli, candidati impallinati con 101 spari esplosi dai cespugli sulla via per il Quirinale, inviti alla serenità culminati defenestrazioni improvvise. Nel mezzo anche un progressivo annebbiamento, l’inesorabile evaporazione della capacità di fare ciò che la politica dovrebbe saper fare: guardare avanti.

Veltroni appartiene della generazione dei rottamati – la stessa di quel Massimo D’Alema che al Parco dei Principi non si è proprio presentato – così parla di “bandiere” che rischiano di finire “ripiegati in soffitta”, di “destino e futuro della sinistra“, delle “esigenze dei più poveri“, di “partecipazione autentica e riformismo radicale”. Utilizza parole che suonano retoriche, auliche e troppo altisonanti nell’era dei presidenti del Consiglio ultrapop che aspettano il risultato di un’elezione giocando alla playstation, che comunicano a furia di mitragliate di tweet, copertine con la giacca di Fonzie sui settimanali da salone di bellezza, conferenze stampa a Palazzo Chigi infarcite di slide ma prive dei testi di legge annunciati come trionfi.

Primo segretario nel 2007, con la caduta del governo Prodi II Veltroni si era convinto ad affrontare Berlusconi alle politiche del 2008, sulla scorta del buon lavoro fatto da sindaco di Roma. Sconfitto, ma con il 33%, aveva tentato il rilancio in una bellissima giornata di autunno, il 27 ottobre 2008, portando al Circo Massimo due milioni di persone. Non era bastato, la magia rinata quel pomeriggio era stata un fuoco di paglia lungo appena 4 mesi: il 17 febbraio 2009, dopo il ko di Renato Soru alle Regionali in Sardegna, aveva salutato e se ne era andato. Prima non aveva promesso che avrebbe “abbandonato la politica” come ha fatto qualcun altro che è ancora lì a difendere il fortino con il coltello tra i denti: se ne è andato e basta. Dopo, non ci ha ripensato. Archiviato il breve interregno di Franceschini, Bersani aveva dovuto affrontare i tre anni finali del Berlusconismo, culminati con la calata dall’alto di Mario Monti a Palazzo Chigi e il commissariamento de facto di Bruxelles. I 101 che impallinarono Romano Prodi sulla via del Quirinale affondarono anche lui. Poi l’estate della reggenza di Guglielmo Epifani era stato lo scivolo verso l’era Renzi.

L’ex sindaco di Firenze era riuscito, sì, ad infiammare un popolo, ma solo per un momento, soltanto in virtù del roboante 40,8% incassato alle Europee del 2014. Poi le riforme costituzionali, il cui cammino segnava il progressivo allontanamento del Pd e della sua azione di governo dal popolo della sinistra, dalle sue esigenze, dalla sua sete di risposte alle difficoltà di tutti i giorni. Ultimo atto, la lenta agonia culminata con il suicidio del referendum del 4 dicembre.

Alla fine del cammino, il risultato qual è? Un Partito Democratico accusato a ragione di essere diventato un partito personale (la peggiore delle accuse rivolte a Forza Italia a tempi in cui la sinistra voleva ancora dare almeno l’impressione di voler fare la sinistra), sfibrato da anni di frizioni interne, di “mucche” piazzate “nel corridoio”, sull’orlo di una scissione che molti persino tra i suoi elettori più fedeli vivrebbero con un respiro di sollievo.

Oggi tutti lo incensano – Renzi lo ringrazia sul palco, Franceschini “sottoscrive” le sue parole, Cuperlo gli dà ragione – ma l’intervento di Veltroni è la cartina al tornasole di una metamorfosi. Cos’è accaduto? Che a furia di farli fuori tutti, gli avversari interni, finisce che la classe dirigente si assottiglia quantitivamente e soprattutto qualitativamente. Cioè perde qualità, spessore politico, capacità di guardare oltre i confini politici della segreteria o temporali del prossimo congresso. Per questo, solo per questo, la presenza di Veltroni al Parco dei Principi ha avuto il sapore dolce della ricerca del tempo perduto. Ma soprattutto di tutte le occasioni perdute. Da Veltroni stesso, ma soprattutto dai suoi compagni di viaggio. Da quelli che al Parco dei Principi non si sono nemmeno presentati, ma che nella penombra i fili li hanno mossi per anni.