Non abiti, o non lavori, in Veneto da almeno quindici anni? Niente asilo nido. È la modernissima e liberale norma che il Consiglio Regionale Veneto, a maggioranza leghista, ha approvato pochi giorni fa. Due sono gli illuminati consiglieri che hanno presentato questo testo: Maurizio Conte e Giovanna Negro. Precedenza ai disabili, ovviamente, per dare un tocco di politically correct alla norma e poi giù, il criterio che praticamente impedirà a buona parte di famiglie immigrate, dall’estero o anche da altre regioni d’Italia (ad esempio dipendenti pubblici spostati) di accedere all’asilo nido: quindici anni di residenza o lavoro.

Così, ad esempio, un ricco imprenditore veneto avrà la precedenza su un figlio di una famiglia rumena, ma anche catanese, che probabilmente hanno meno mezzi culturali ed economici e saranno quindi discriminati e destinati ad accumulare un divario culturale e sociale fin dai primissimi anni di vita. Senza contare l’enorme difficoltà per le famiglie di stranieri, le cui donne lavorano in buona maggioranza, che non sapranno letteralmente come fare a tenere i loro figli, visto che certo non posso accedere ai nidi privati con rette da almeno 6-700 euro, il costo dell’affitto del bilocale dove magari vivono. La legge poi colpisce, visto l’esorbitante numero di anni richiesto, le coppie più giovani, sicuramente più vulnerabili di quelle più anziane e probabilmente con un lavoro meno stabile e meno remunerativo.

I due zelanti consiglieri hanno argomentato così la scelta: “Riteniamo che si debbano privilegiare quei cittadini che dimostrano di avere un serio legame con il territorio della nostra Regione, dando priorità e diritti a chi vive e continua a credere nella propria terra”. Come se si potesse dire che uno che lavora in Veneto da dieci anni sia meno attaccato alla terra di uno che ci risiede da quindici. Come se la serietà, inoltre, si misurasse sull’immobilità. Come se spostarsi per studio o per lavoro, lasciare la propria regione per scoprire il mondo e tornarne arricchiti, non fosse un valore. No, qui invece vige una specie di “Blut un Boden”, “sangue e suolo”, quei criteri di appartenenza del popolo tedesco alla propria nazione che il romanticismo prima e i nazisti poi fecero propri. Tutto ciò, tra l’altro, ironia della sorte, in un paese, l’Italia, in cui ancora non vige lo ius soli per i bambini figli di immigrati nati in Italia.

Quello dei criteri per accedere agli asili nido è un tema spinoso. Sono molti i cittadini italiani a polemizzare con la precedenza accordata agli immigrati, che in genere hanno un reddito più basso degli italiani. In questo senso, la normativa veneta liscia il pelo a una maggioranza che si vede tolti diritti da persone straniere, alimentando una guerra tra poveri che però si basa su fraintendimenti e confusioni. Anzitutto, non è vero che gli immigrati abbiano la precedenza sempre. Ogni Regione, anzi ogni Comune, ha i suoi criteri, tra loro incredibilmente, e assurdamente, diversissimi. Molto spesso, ad esempio a Roma, passano avanti i genitori che hanno entrambi un lavoro a tempo pieno, quindi persone che hanno un reddito più alto, mentre disoccupati e casalinghe sono fortemente penalizzati. Altrove i criteri sono ancora diversi, ed è favorito chi non ha lavoro.

Ma in ogni caso, anche se anche il criterio di accesso fosse unicamente l’Isee, la colpa non sarebbe certo dell’immigrato indigente ma di Regioni e Comuni che dovrebbero garantire l’accesso all’asilo a tutti, diversificando poi le rette. Invece gli enti locali fanno poco o nulla, anche perché, va detto, spesso la popolazione non chiede questo servizio con voce abbastanza forte, come ad esempio al Sud, dove ancora l’asilo nido viene, erroneamente, considerato un parcheggio rispetto alla cura di madri e nonne. Ad ogni modo Renzi aveva promesso di uniformare il ciclo scolastico dagli zero ai sei anni, in modo da obbligare lo Stato a garantire anche il nido a tutti: una legge ottima, peccato che per ora si tratti di una promessa rimasta sulla carta.

Per fortuna è probabile che questa normativa sarà dichiarata incostituzionale dalla Corte, per cui Zaia e i suoi saranno costretti ad una marcia indietro. Però si tratta di un precedente gravissimo, perché sì, diciamolo, è una legge che dietro la bandiera della presunta bellezza dell’appartenenza è apertamente razzista, cioè volta ad escludere soprattutto gli immigrati da servizi che sono per loro essenziali, lavorando, ripeto, quasi tutti, e anche duramente. È inquietante che si comincino a vedere normative che ricordano, seppure più blandamente e in modo diverso, quelle che, negli anni Trenta, escludevano un’altra categorie di persone dall’accesso a servizi e poi anche a giardini, piscine e ogni genere di luoghi di ritrovo. E ci si chiede davvero quale sarà il passo successivo. È vero che una Regione che garantisce un asilo pubblico solo al 10% della popolazione è destinata a creare conflitti tra fasce della popolazione, ma la soluzione non può essere un confine che chiuda l’accesso a una parte di essa. Qui siamo ben oltre il populismo, anche se forse i firmatari, e questo è tanto più drammatico, neanche se ne sono resi ben conto. Come al solito la sarà la Costituzione, il nostro baluardo, la nostra speranza di giustizia, a tagliare la testa a una legge ideologica, intollerante e insensata.