Fumata nera per il piano industriale dell’Alitalia tanto atteso dal ministero dello Sviluppo economico. Il consiglio di amministrazione si è aggiornato a fine mese senza fornire dettagli sulla liquidità necessaria all’ex compagnia di bandiera e sulle riflessioni dell’advisor Roland Berger in merito al progetto di rilancio del gruppo guidato da Cramer Ball. Ma con una certezza: quando c’è da mettere mano al portafoglio, i capitani coraggiosi se la danno a gambe. Il primo a farlo è stato Roberto Colaninno che ha lasciato il consiglio chiamandosi fuori dalla partita nel momento più drammatico mai vissuto dall’ex compagnia di bandiera. Chiamato al capezzale dell’Alitalia nel 2008 dall’ex premier Silvio Berlusconi per creare uno zoccolo duro di soci italiani nella cassaforte CAI, Colaninno lascia ora col cerino in mano Luca Cordero di Montezemolo. In una manciata di giorni, l’ex presidente della Ferrari dovrà infatti preparare un piano che abbia un senso per il Mise dove l’ultima parola spetterà il ministro Carlo Calenda, già pupillo di Montezemolo. Il governo non vuole infatti sentir parlare di esuberi (stimati in almeno 1600 lavoratori) e ammortizzatori sociali prima di aver visto un concreto progetto di rilancio. Nessun taglio ai dipendenti, insomma, senza soldi freschi e investimenti. L’obiettivo del governo Gentiloni è infatti evitare brutte figure buttando ancora soldi pubblici in una compagnia per la quale il nuovo socio Ethiad aveva promesso il ritorno all’utile già nel 2017. E ripetere così un copione già visto.

Intanto il tempo stringe. L’Alitalia, candidata da Ethiad a diventare la compagnia più sexy del mondo, continua perdere più di un milione di euro al giorno. Con ogni probabilità il rosso 2016 ammonterà a 500 milioni e potrebbe essere necessario un miliardo per far ripartire la ristrutturazione aziendale che prevede 160 milioni di risparmi nel 2017. Il problema è ora trovare un investitore che voglia mettere i soldi nell’ennesima scommessa su Alitalia. Le banche socie e creditrici, Intesa e Unicredit, sono ufficialmente “pienamente allineate sul futuro di Alitalia”, come si legge nella nota diramata da Alitalia alla fine del cda. Tuttavia è indubbio che i due istituti abbiano ben altre questioni a cui pensare: Unicredit è alle prese con un maxi aumento di capitale che ne ridefinirà l’azionariato; Intesa, invece, sogna le nozze con le Generali, osteggiate dal management francese e da Mediobanca. Indiscrezioni di palazzo riferiscono la possibilità di un ingresso in scena di Cassa Depositi e Prestiti che ha varato di recente un fondo ad hoc per investire in aziende decotte. L’ipotesi non è peregrina. Se non fosse che, per mettere i soldi sul piatto, Cdp vuole il controllo azionario e di governo. Aspetto che non piace affatto agli arabi, i quali, dopo aver sborsato 560 milioni di euro per il 49% di Alitalia, non vogliono mollare la cloche di comando. Il braccio di ferro è insomma ancora in corso e a farne le spese sono lavoratori e viaggiatori. Oltre che le casse pubbliche per le quali alla fine il conto dell’ennesimo salvataggio Alitalia potrebbe essere decisamente salato.