Il mondo del 2018 potrà essere radicalmente diverso da quello cui siamo abituati, in uno scenario mondiale tanto complesso, con macro-temi che si intrecciano, condizionando il governo americano, le elezioni francesi e tedesche e il futuro dell’Europa. Le migrazioni, il terrorismo, l’ambiente, l’Europa unita, il commercio internazionale, le disuguaglianze, gli effetti della rivoluzione tecnologica, sono tematiche che richiedono sempre più politica nel suo concetto più nobile; sempre più una visione di lungo periodo che smetta di guardare solo al tornaconto elettorale e torni ad esprimere l’antica definizione scolastica di Politica come l’arte di governare la società.

Oggi vorrei ragionare su disuguaglianze e tecnologia.

E’ un dovere di chi voglia animare con un senso la propria passione politica capire meglio opportunità e rischi della genomica, della cybersicurezza, della moneta elettronica, della robotica e di come tutto questo avrà un impatto sulle nostre vite, sull’organizzazione del lavoro e sul futuro dei nostri figli.

Mi sono quindi chiesto come mai un paese come gli Usa, il più avanzato in questi settori e locomotiva mondiale del business internet, che ha rivoluzionato il mondo degli ultimi 20 anni, abbiano allo stesso tempo scelto di eleggere Trump come espressione della propria rabbia, come voto contro una politica – quella di Barack Obama – che ha garantito sette anni di crescita economica. Forse perché anche negli Stati Uniti è venuta a mancare l’arte di governare la società nelle sue disuguaglianze?

Il successo delle innovazioni tecnologiche ha alimentato il meccanismo che permette la concentrazione della ricchezza nelle mani di sempre meno persone, in contrapposizione con una maggioranza che si impoverisce.

Con l’evoluzione tecnologica si avranno settori sconvolti, distruzione di posti di lavoro così come nascita di nuovi, ma è evidente che i temi della distribuzione della ricchezza e di un ripensamento dei sistemi educativi debbano essere la priorità della politica e che richiedano risposte urgenti.

Secondo un rapporto McKinsey su come l’automazione cambierà il lavoro, essa eliminerà del tutto poche professioni in questo decennio, ma avrà effetti diretti su una porzione della grande maggioranza di esse: non solo delle professioni manifatturiere ma anche su quelle legate alla sfera della conoscenza.

È evidente che la soluzione non sarà un luddismo del XXI secolo, ma è altrettanto certo che non si debba nemmeno aspettare come vittime sacrificali che la robotica ci sostituisca completamente in ognuno dei nostri lavori o che i nuovi ruoli professionali non trovino giovani formati allo scopo.

Su questo tema specifico più che mai vi è necessità di uno Stato che abbia una visione e da questa prenda decisioni che abbiano l’aspetto sociale come prioritario, essendo ormai evidente che il mercato non si regola da solo e non tende al benessere della maggioranza della popolazione.

Per le caratteristiche che sono alla base del nostro sistema produttivo, se sapremo investire per tempo nei settori del futuro, soprattutto su istruzione e competenze, valorizzando in ogni modo la parte meno meccanizzabile e attaccabile dell’economia potremo riuscire ad essere dalla parte giusta della Storia, senza perdere il treno della crescita dei prossimi decenni.

Compito della politica sarà poi fare in modo che laddove le innovazioni hanno portato benefici ai consumatori, come nel caso delle applicazioni di consegne, trasporto o servizi vari, questi non si accompagnino a una riduzione dei diritti dei lavoratori che possa tendere allo sfruttamento, come purtroppo è capitato in tutta Europa con la diffusione sempre più massiccia della sharing economy.

Definire regole precise e farle rispettare, ispirare una partecipazione civica come componente fondamentale dell’arte di governare la società per seguire la visione del mondo che vogliamo, devono essere le basi della politica italiana ed europea.

Ma il tempismo sarà un fattore chiave di successo poiché spesso fanno fatica a stare dietro al ritmo dell’innovazione.

A tal proposito il problema vero, centrale e troppo poco dibattuto, dovrà essere il recupero di quel cumulo sterminato di tasse che le multinazionali parcheggiano in paradisi fiscali o usando il dumping fiscale addirittura all’interno dell’Unione europea stessa attraverso i moderni sistemi di elusione.

Vedere eurocrati tirarci per le orecchie di uno 0.2% e non muovere un dito per la concorrenza sleale di Paesi come Olanda, Irlanda o Lussemburgo non è comprensibile, ed è un atteggiamento drasticamente da cambiare per evitare che il sogno dell’Europa unita marci spedito verso il baratro.

L’Europa non è esente dall’esprimere una Politica nel suo senso nobile.

La credibilità dell’arte di governare la società europea dovrà passare attraverso la definizione di un approccio europeo a questi temi di grande respiro, allontanandosi dalle minuzie della burocrazia e dalla cecità dell’austerità, investendo nei giovani riequilibrando le risorse verso il futuro e non verso il passato come fatto sinora.

In questo l’Italia deve essere capofila autorevole di un progetto che chieda una concreta accelerata verso una vera e propria Europa federale, con una politica di bilancio unificata, una strategia industriale e fiscale condivisa, ma soprattutto una visione solidale che dia risposte univoche per combattere la povertà e, al contempo, sia in grado di assumere un ruolo da locomotiva mondiale dell’innovazione.