Ha lasciato l’incarico per “dissidi sulla linea difensiva” l’avvocato difensore di Vincenzo Armanna, l’ex dirigente Eni diventato il grande accusatore dell’ex numero uno del gruppo Paolo Scaroni e dell’attuale ad Claudio Descalzi, indagati per corruzione internazionale in Nigeria e per i quali i pm di Milano hanno chiesto la settimana scorsa il processo. Ne dà notizia il Corriere della Sera, che definisce “piccolo colpo di scena” la rinuncia di Luca Santa Maria – che aveva accompagnato Armanna in tutti gli interrogatori sostenuti “in un’ottica di dichiarata collaborazione con l’autorità giudiziaria – a pochi giorni dalla richiesta di rinvio a giudizio.

Il quotidiano di via Solferino ipotizza, anche se è presto per dirlo, che il passo indietro possa preludere a un cambio di atteggiamento dell’ex dirigente del Cane a sei zampe nell’area del Sahara, il quale in un eventuale incidente probatorio potrebbe non confermare le proprie dichiarazioni. E’ stato lui a parlare ai magistrati della tranche da 50 milioni della presunta maxi tangente da oltre 1 miliardo per il giacimento Opl 245 destinata a Scaroni. “Casula (Roberto, alto dirigente Eni, anch’egli indagato, ndr), con l’endorsement di Scaroni, e in un caso Scaroni in prima persona, hanno provato a far lievitare artificiosamente il prezzo finale di acquisizione del blocco, per permettere il pagamento della esorbitante ‘parcella’ di Emeka Obi”, ha raccontato tra il resto.

Secondo il Corriere, Armanna ha chiesto ai pm di segretare o coprire con omissis, negli atti dell’indagine, i dati secondo lui irrilevanti per le indagini ma lesivi della sua privacy, come i “documenti sull’organizzazione del matrimonio, conti bancari intestati alla moglie, anagrafe tributaria, immobili e partecipazioni societarie, intercettazioni di telefoni ed email”. La Procura ha però rigettato la richiesta. A quel punto la sua disponibilità nei confronti dei pm potrebbe essersi ridotta.