“Il problema è se siamo il Pd o il Pdr, il Partito di Renzi. Io da Renzi non mi aspetto nulla, ma chi ha buon senso ce lo metta. Perché siamo a un bivio molto serio”. All’indomani della direzione i problemi del Pd non sono risolti, anzi sembrano piuttosto precipitare il partito in una settimana molto complicata, quasi drammatica, che porterà i democratici all’assemblea di domenica quando si dovrà decidere quando partirà il congresso. A chiamare la carica è l’ex segretario Pier Luigi Bersani, severo come non lo è mai stato finora, nei momenti di frizione più acuta con il segretario Matteo Renzi

video Manolo Lanaro

La scissione dentro il Pd, dice Bersani parlando con i giornalisti nel Transatlantico della Camera, “è già avvenuta tra la nostra gente. E io mi chiedo come possiamo recuperare quella gente lì”. La questione, ricorda ancora una volta, non è il calendario che è solo un aspetto tecnico. Piuttosto è se il Pd “come ogni partito normale” abbia “un canale per discutere a fondo ed eventualmente correggere la linea politica“. Per Romano Prodi: “Bisogna arrivare a fine legislatura. Il paese ha un governo che governa bene. Se lo aspettano i cittadini. Poi se non ci si riesce si finirà prima. Io penso sia interesse arrivare alla fine della legislatura. Alla fine la scissione è sempre una rottura, non può che fare un effetto negativo. Ho sempre detto – dice il Professore –  che il collegio uninominale di fronte alla crisi è l’unico strumento con cui il candidato è messo di fronte all’elettrodo”. A replicare a Bersani è Roberto Giachetti, renziano e vicepresidente della Camera, che definisce l’ex segretario “pittoresco”.

Bersani arriva a fare appello a chi sta intorno all’ex presidente del Consiglio: “Chi ha buon senso ce lo metta perché la questione è seria. Serve consapevolezza politica: da Renzi non me lo aspetto dopo averlo sentito ieri ma da quelli che stanno attorno a lui me l’aspetto”. Il riferimento è soprattutto alle personalità più forti che finora hanno sostenuto il segretario, cioè Dario Franceschini e Andrea Orlando. E se il ministro della Cultura ha solo detto che il congresso è la strada maestra quando in un partito si formano due linee diverse, il guardasigilli ha deviato dalla direzione indicata da Renzi, sollevando esattamente la questione di cui ora parla Bersani, cioè il bisogno di una conferenza programmatica per dare un’identità (nuova, necessariamente, dopo la batosta del referendum). “Stiamo governando un Paese, uno dei più grandi Paesi dell’Occidente – sottolinea l’ex segretario – Dobbiamo dire se garantiamo l’ordinario svolgimento della legislatura, se vogliamo correggere qualcosa delle politiche. Diciamo al Paese che si vota a scadenza”.

La necessità è quella di fare “manutenzione all’azione di governo: se non correggi i voucher arriva la destra e lo fa lei, con la scuola abbiamo toppato, sulla finanza pubblica qualcosa bisogna fare e le tabelle non convincono. Lo hai capito o no? Renzi deve darmi la possibilità di discutere di questo”. Più chiaramente “bisogna dirci chiaro che cosa siamo noi. Non accetto un partito che lascia un punto interrogativo su quel che vuole fare”. La minoranza del Pd chiede dunque un “percorso ordinato” e che si dica che “si vota a scadenza legislatura salvo che arrivi un meteorite da Marte”. Il congresso, spiega Bersani, va preparato “per bene da qui a giugno: ci mettiamo alle spalle la legge elettorale in modo da capire la nostra proposta in quale contesto la mettiamo, facciamo le amministrative e prepariamo il congresso. Come? Ha detto bene Orlando, per esempio con una discussione preliminare di quadro e insieme discutendo con i mondi esterni perché il Pd non può essere autosufficiente“. Frase che peraltro ieri ha pronunciato un altro “alleato” di sinistra del governo Renzi, cioè il ministro Maurizio Martina, leader della corrente Sinistra è cambiamento, che riunisce vecchi diessini come l’ex ministro Cesare Damiano, Matteo Mauri, la sottosegretaria Paola De Micheli.

I livelli sono due, non in ordine di importanza. Il primo: “Dobbiamo chiederci se e come recuperiamo una parte del nostro popolo. Io ieri in direzione ho visto solo dita negli occhi a questa gente. Non può essere”. Il secondo: “Se perdiamo questo treno nei prossimi anni andiamo incontro a un muro, a roba sgradevole in questo Paese. E vedere il Pd andare a fondo… Serve buonsenso o son problemi seri”. “La gente – aggiunge – va a votare quando pensa di poter decidere, altrimenti non ci va. Ma non è che non va e sta tranquilla, non ci va e ti fa un mazzo così… Stiamo a parlare di capilista bloccati? Noi diamo i numeri… Fondamento della governabilità non in Botswana ma in un Paese europeo è avere un minimo di connessione tra popolo e governabili“.

Ma non c’è solo Bersani. Come si sa, c’è anche Enrico Rossi, il presidente della Toscana, che ha lanciato la propria candidatura a segretario. “L’epiteto che mi dicono più spesso quando mi contestano è ‘bischerò, ma un Presidente della Toscana bischero non può essere, durerebbe troppo poco: se ti considerano così, meglio smettere presto” dice il governatore a Un Giorno da Pecora, su Radio1. Renzi, gli chiedono, è più bischero o più grullo? “Lui è notevolmente bischero“. Come mai? “Da un po’ di tempo non ne infila più una e questo credo ormai lo sappia perfino lui. E poi rilancia…”. Cosa intende dire? “Che rilancia, non si ferma mai, una caratteristica del bischero – scherza Rossi – Diciamo che il grullo può rimediare, mentre il bischero è condannato”. Per Rossi Renzi vuole “accentuare ulteriormente il carattere renziano del Pd, che significherebbe spostare il partito ancora più a destra. Tanto che lui, mi sembra, si ispira al francese Macron. Se questa è la strada, sarà Matteo che esce dal Pd, perché oggettivamente snatura le ragioni del partito”. Anche qui c’è un difensore d’ufficio, il segretario regionale del Pd Dario Parrini, deputato renziano, che da tempo è ai ferri corti con Rossi. “Lo invito, con pacatezza, ad usare un linguaggio più consono al ruolo che ricopre”.