In dicembre, dopo mesi di proteste da parte dei Lakota Sioux, il Genio Militare Usa aveva bloccato il progetto dell’oleodotto Dakota Access che minacciava le terre e le risorse idriche dei nativi. Si temeva che la vittoria non sarebbe stata permanente e, purtroppo, a gennaio è puntualmente arrivato l’ordine esecutivo del presidente Trump, che ha riaperto il caso e con esso anche la resistenza: “Niente ci scoraggerà nella lotta per l’acqua pulita” hanno dichiarato i Lakota. “Vi chiediamo di continuare a lottare e restare al nostro fianco. Restiamo uniti e non cadremo”.

Dalle terre ventose della Patagonia alle distese di ghiaccio della Siberia, le immagini di Standing Rock hanno fatto il giro del pianeta mostrando da un lato catene di uomini e donne a piedi o a cavallo, armati di cartelli e striscioni, dall’altra veicoli corazzati e falangi della polizia in tenuta antisommossa.

Qualunque sarà l’esito della protesta, la lotta indigena per la difesa dei diritti umani e dell’ambiente non si fermerà. Standing Rock è infatti solo, e sfortunatamente, l’esempio più noto dei conflitti per la terra e le sue risorse in corso in questo momento nel mondo. I mezzi sono diversi, ma la resistenza e la determinazione dei popoli indigeni sono le stesse.

Dalle esili barricate dei Penan del Borneo malese alle lunghe catene umane dei Dongria Kondh dell’India fino alle frecce disposte a croce lasciate dalle tribù incontattate dell’Amazzonia lungo le vie di accesso ai loro territori come segnali di divieto, ovunque gli indigeni lottano strenuamente per fermare coloro che sventrano foreste, scavano miniere, invadono, rubano, inquinano, distruggono, e talvolta uccidono. Lottano per le loro vite e per le loro terre: “Veniamo dalla terra, e moriremo per la terra” ricorda Mama Yosepha da Papua. Ma anche per la libertà di determinanare autonomemente il proprio futuro: “Noi esistiamo” disse Marta Guarani in Brasile. “Voglio dire al mondo che siamo vivi, e che vogliamo essere rispettati come popolo”.

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Anche se nessuna vittoria può mai essere considerata definitiva, sempre più popoli segnano successi straordinari. È il caso dei Dongria Kondh che dopo anni di resistenza pacifica e con il sostegno dell’opinione pubblica hanno avuto la meglio contro il gigante minerario britannico Vedanta Resources. Ma altri, dopo decenni di sofferenze, sono ancora costretti a lottare quotidianamente, come i Guarani Kaiowá del Mato Grosso do Sul, in Brasile. Sebbene soffrano uno dei tasso di suicidi più alti al mondo, soprattutto tra i giovani, le comunità continuano a resistere agli allevatori che rubano la loro terra e ai sicari che le perseguitano con violenze incessanti. In attesa che le autorità facciano giustizia, sono costretti a vivere in minuscole riserve sovraffollate o ai margini delle strade bevendo acqua contaminata dai pesticidi usati per le piantagioni realizzate in quelle che sono – a pieno diritto – le loro terre, sia secondo la legge brasiliana che quella internazionale.

Intanto in Perù, nel cuore di quella che Survival definisce la frontiera dell’Amazzonia incontattata, abitano decine di gruppi che hanno pochi o nessun contatto con la società dominante. Vivono in modo sostenibile, per lo più come cacciatori-raccoglitori nomadi, e da generazioni dipendono da quanto offre loro la terra. Sanno dell’esistenza degli “altri” ma hanno scelto di tenersi a distanza. Le malattie introdotte dall’esterno, come influenza o morbillo verso cui non hanno difese immunitarie, potrebbero sterminarli in breve tempo, così come le violenze a cui tanti ricorrono per derubarli di terre e risorse, anche su scala industriale.

È il caso del “piano generale” approvato recentemente dal Presidente peruviano Kuczynski per lo sfruttamento petrolifero nel parco nazionale Sierra del Divisor – un’area di ricca biodiversità abitata da molte tribù incontattate. Il piano ha aperto alcune delle “aree protette” ad attività che spesso comportano massicce detonazioni di cariche esplosive nel sottosuolo. I terreni di caccia delle tribù saranno compromessi, le loro fonti di cibo diminuiranno e il rischio di violenze aumenterà. Il furto di terra è uno dei problemi più gravi che i popoli indigeni devono affrontare in tutto il mondo.

Le società industrializzate li derubano per profitto, perpetuando l’invasione e il genocidio che hanno caratterizzato la colonizzazione europea delle Americhe e dell’Australia. Per i popoli indigeni la terra è vita. Soddisfa tutti i loro bisogni materiali e spirituali. Fornisce cibo, case e indumenti, ed è il fondamento della loro identità e del senso di appartenenza. Il furto delle terre indigene distrugge popoli auto-sufficienti e i loro stili di vita differenti. Provoca malattie, impoverimento e suicidi. Le prove sono inconfutabili.

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È giunto il momento di riconoscerlo e di lottare per il diritto fondamentale dei popoli indigeni all’auto-determinazione. Non si tratta solo di un doveroso atto di solidarietà verso chi continua a vedere conculcati i propri diritti fondamentali, ma anche di una questione di giustizia da cui dipende la qualità del futuro dell’intera umanità. Survival International resterà al loro fianco e non si arrenderà finché non avremo un mondo in cui i popoli indigeni saranno rispettati come società contemporanee, e i loro diritti umani tutelati.