I giudici sono “politicizzati“. Donald Trump torna all’attacco della Corte d’appello chiamata a decidere sul destino del bando sui musulmani. Nella notte si è tenuta l’udienza sul caso, durante la quale i giudici hanno espresso un certo scetticismo riguardo ad alcuni aspetti del provvedimento. Il neo-presidente teme sempre più di perdere la sua battaglia legale e accusa: “Il provvedimento non potrebbe essere più preciso, è scritto in modo perfetto. Anche un cattivo studente lo capirebbe. La corte sembra essere molto politicizzata”. Un tentativo di mettere pressione sul collegio di tre giudici della Corte d’appello di San Francisco, che nei prossimi giorni dovrà decidere sul ricorso presentato dal governo per chiedere il ripristino di quello che è stato definito il Muslim Ban.

“Se gli Stati Uniti non vincono questo caso, come è ovvio dovrebbero, non potremo mai avere la sicurezza di cui abbiamo diritto”, ha scritto Trump su Twitter. I giudici hanno assicurato che prenderanno una decisione “il prima possibile”, senza dare però nessuna indicazione sulle tempistiche effettive. Intanto l’ordine esecutivo firmato dal presidente Usa lo scorso 27 gennaio rimane sospeso da venerdì scorso, quando il giudice federale James Robart ha preso la decisione di bloccarlo, dopo i ricorsi presentati dagli Stati di Washington e Minnesota. Il giorno successivo, a tempo record, la corte d’appello federale ha bocciato il primo ricorso presentato dal dipartimento americano della Giustizia contro questa decisione. E già in quell’occasione Trump aveva commentato: “Non riesco a credere che un giudice possa mettere il nostro paese in tale pericolo. Se succede qualcosa prendetevela con lui e con il sistema giudiziario”.

Così da domenica le frontiere degli Stati Uniti sono nuovamente aperte a migranti e rifugiati. Il governo nel frattempo ha presentato alla Corte d’appello una nuova richiesta, quella ora in esame. Nella notte si è tenuta appunto l’udienza, durante la quale le parti hanno presentato le proprie argomentazioni. L’avvocato del governo, August Flentje, ha sostenuto che la sospensione dell’ordine esecutivo crea per il Paese un “danno irreparabile“. Alla richiesta di spiegazioni avanzata dai giudici, il legale ha risposto che il divieto imposto è costituzionale ed è nei “poteri del presidente”, oltre al fatto che i sette Paesi a maggioranza islamica colpiti vennero classificati già dal governo di Barack Obama come nazioni a rischio terrorismo. L’unico magistrato conservatore, Richard Clifton, nominato dall’ex presidente George W. Bush, ha definito le argomentazioni di Flentje “abbastanza astratte“.

Dopo mezz’ora è toccato a Noah Purcell, avvocato dello Stato di Washington che insieme a Minnesota ha presentato il primo ricorso. Il legale ha sostenuto che ripristinare il veto potrebbe vedere colpiti i nuovi residenti permanenti degli Usa e “lascerebbe il Paese nel caos“. Ha poi sottolineato che il veto discrimina i musulmani, punto su cui si è soffermato in modo particolare il giudice Clifton, puntando sulla classificazione dei Paesi a rischio terrorismo, stilata dal precedente governo Obama. “Sostiene che la decisione del precedente governo e del Congresso avesse motivi religiosi?”, ha chiesto il magistrato. Ascoltate le parti, ora la Corte d’appello di San Francisco è chiamata a decidere: se respingerà anche questa nuova richiesta del governo, è probabile che la battaglia legale arrivi fino alla Corte suprema.