Leggo la lettera-appello che 600 professori universitari hanno scritto al governo e al Parlamento e, come già altre volte mi è capitato di fronte a iniziative analoghe, mi sento un po’ più povero. Tutto ciò che si legge sulla crisi drammatica che il mondo della formazione sta vivendo è vero, in quasi ogni parola ognuno di coloro che vi operano può riconoscersi, quasi ogni frase potrebbe essere sottoscritta da decine di migliaia di colleghi. Mi sento più povero perché queste testimonianze hanno il triste merito di farmi vedere ogni giorno come la mia identità stia svaporando, sparsa per l’aere come un deodorante. Quando parlo della mia identità parlo anche della mia storia familiare. Oggi voglio parlare di me (del resto Cesare Zavattini aveva intitolato un suo libro ‘Parliamo tanto di me‘).

Vengo da una famiglia di cultura, come altre. Non è un merito e nemmeno una colpa. Dal mio punto di vista è stata una fortuna, ho respirato una bell’aria fin da bambino. Senza andare troppo indietro nel tempo, dirò che mio nonno, che si chiamava Augusto – donde il mio nome – faceva il professore di liceo, ma questo l’ho solo saputo, non l’ho mai visto: quando nacqui aveva più di settant’anni ed era in pensione. Per me, però, mio nonno ha sempre lavorato: il suo vero lavoro era quello dello studioso. Era autore di una celebre antologia di letteratura per i licei che, uscita negli anni Venti, aveva circolato talmente tanto e con tanta fortuna (anche editoriale) da essere ancora in auge negli anni Settanta, quando io facevo il liceo. Sicché io studiavo su libri il cui autore era Augusto Sainati. E’ stato un bell’esempio di vita, il nonno: si alzava presto la mattina, credo verso le quattro e mezza. Lavorava nello studio nelle prime ore, poi usciva. Nel pomeriggio tornava ancora nello studio, con grande naturalezza quello era il suo spazio di vita. Spesso mi faceva lezione di latino o di greco, manifestando una preparazione la cui solidità non aveva nulla dell’improvvisato. A me ragazzino sembrava infinito il suo sapere. Il nonno aveva sempre vissuto bene, e ciò benché fosse rimasto un professore di liceo. Voleva studiare e lo aveva potuto fare, senza nessun grillo parlante che gli andasse a dire che era un fannullone perché insegnava per sole 18 ore a settimana. Forse fu grazie a lui che scoprii che le 18 ore del suo orario erano il risultato di una misura introdotta dal fascismo, che considerava un’ora di insegnamento equivalente a due ore di lavoro di un normale impiegato dello Stato. Già, perché nell’altra ora si studiava. Dunque l’orario dell’insegnante era la metà di quello di uno statale.

Mio padre, poi, aveva fatto – come tanti della sua generazione – una carriera universitaria dopo aver insegnato per anni nei licei: da sempre era stato abituato a fare dello studio un lavoro, e lo aveva fatto con passione. Poco più che venticinquenne era entrato nei ruoli della scuola, poi aveva bruciato le tappe, anche economiche, vincendo i concorsi per “merito distinto”, che allora – mi raccontava – premiavano quegli insegnanti che, sottoponendosi volontariamente a verifiche selettive, risultavano essere i più preparati. Quindi, dopo alcuni anni nei quali la mattina andava a scuola e il pomeriggio studiava e scriveva, aveva vinto un concorso universitario. Lo aveva potuto fare perché la scuola non lo aveva tediato con mille e mille incombenze burocratiche perlopiù inutili, come accade oggi, ma gli permetteva di allenare la mente, come qualsiasi intellettuale dovrebbe poter fare sempre. Per tutta la vita ho visto l’immagine di mio padre seduto al tavolo del suo studio: attraverso il “lessico famigliare” scoprii che le parole studio e lavoro potevano essere sinonimi. Mio padre non mancava mai gli appuntamenti che contavano, quelli delle lezioni e del ricevimento con gli studenti. Benché partecipasse con attenzione anche al resto della vita accademica, considerava le altre incombenze come nettamente meno rilevanti rispetto alla ricerca e alla didattica, che faceva con straordinaria passione.

Anch’io lavoro nell’Università (che scrivo con la maiuscola), ma quando mi volto a guardare questa storia familiare, mi chiedo se l’orgoglio di una storia alla quale appartengo non sia stato intaccato da una serie di misure e riforme scellerate che hanno via via immiserito i percorsi della formazione a tutti i livelli e che portano negli atenei, come scrivono i colleghi nella loro lettera, studenti che a stento supererebbero un esame di italiano minimamente rigoroso. Ovviamente non sono gli studenti stessi a essere responsabili di queste carenze, ma è tutto un impianto, mentale prima ancora che politico o ideologico, che ha portato nel tempo a svilire il lavoro del formatore, facendone più un burocrate che un intellettuale, dandogli più compiti amministrativi che pedagogici. Se gli insegnanti socialmente non sono più considerati degli intellettuali, anche il loro lavoro avrà altri obiettivi e soprattutto altri risultati. Allora mi sembra di essere l’uomo che visse due volte. Anche qui, come nel finale del film di Hitchcock, c’è uno strano essere che esce dall’ombra e mi spaventa fino a farmi cadere nel vuoto: non è una suora, questa volta è lo spauracchio di una riforma.