Le ferrovie italiane restano un problema aperto. Le condanne in primo grado comminate il 31 gennaio dai giudici del Tribunale di Pisa riaprono una ferita tutta italiana non solo sui livelli di sicurezza del sistema ferroviario, ma anche sul suo ruolo (siamo al 12° posto in Europa per trasporto passeggeri per abitante e ancor più in basso in classifica rispetto alla quota di trasporto delle merci trasportate) e i suoi enormi costi pubblici, che negli anni sono stati una delle cause principali del debito pubblico del Belpaese.

Senza neppure conoscere le motivazioni della sentenza, il legale di Mauro Moretti ex amministratore delegato delle FS, ha detto che quella di ieri è stata “una sentenza populista”. Affermazione assai azzardata. Del resto lo stesso Moretti con i cadaveri ancora caldi, dichiarava: “Noi non c’entriamo” con l’immane disastro.

Le condanne di numerosi dirigenti del gruppo FS (RFI, Trenitalia, Trenitalia cargo, Italferr) e di alcuni dirigenti della Gatx Rail Germany, azienda tedesca proprietaria del carro che deragliò la notte del 29 giugno 2009, sono nette e ci dicono una cosa. Di fronte a una macchina complessa come quella ferroviaria è molto probabile che le responsabilità del suo cattivo funzionamento siano molteplici.

Quel che è certo è che l’impresa ferroviaria all’epoca dell’incidente non era in possesso del certificato di sicurezza che doveva essere rilasciato dall’Agenzia nazionale di sicurezza ferroviaria. Mancava cioè quello che viene definito dai tecnici “il sistema di gestione della sicurezza” previsto dalla normativa europea e nazionale. Anche i carteggi tra i proprietari del materiale rotabile, chi ne faceva la manutenzione e il vettore che li utilizzava, hanno dimostrato pesanti buchi nel rispetto delle procedure previste.

Sempre sotto tiro dei pendolari per l’inefficienza e la bassa qualità dei servizi offerti e incapaci di fronteggiare la domanda di trasporto merci, le FS sono un’azienda in mezzo al guado, concentrata a difendere a spada tratta le sue prerogative di azienda monopolista, al riparo dalla concorrenza.

Le strategie anziché essere dettate dal governo – che ne sostiene i costi attraverso i trasferimenti annuali che toccano i 12 miliardi – sono decise dal management, il quale da sempre si è autodefinito i propri emolumenti (da record del mondo) a prescindere dai risultati ottenuti, sia in termini di sicurezza che di merci e viaggiatori trasportati.
La verità è che Fs è un’azienda complessa, inefficiente e priva di una politica in grado di “strigliarla”, pretendendo alte prestazioni. Una condizione che rischia di creare enormi falle anche nel sistema della sicurezza, come hanno sancito i giudici.

La richiesta di verità dei parenti delle vittime può trovare in questa sentenza non solo giustizia, ma anche la spinta affinché cessi l’autoreferenzialità della più grande impresa pubblica italiana.