Se i disgustati dal partito se ne andranno, rimarranno solo i disgustosi”. E’ una frase che mi ha colpito molto. L’ha pronunciata giorni fa uno dei molti sostenitori di Benoit Hamon, espressione della cosiddetta sinistra radicale, che ha vinto le primarie socialiste francesi. Altri suoi sostenitori ritenevano che lo sconfitto Valls avesse pagato lo spostamento verso il centro del partito, snaturandolo e rovinandolo, “proprio come Renzi in Italia”. La frase sui disgustati & disgustosi ben si adatta al Pd: se quelli che amano il partito, e più in generale una certa idea “socialista”, non si muovono a salvarlo, i disgustati cresceranno sempre più (già adesso sono a livelli di guardia) e rimarranno solo i “disgustosi”.

Il Pd ci ha tristemente abituato ai penultimatum. Fino al 4 dicembre la minoranza dem, tranne Civati (che infatti se n’è andato) e pochi altri, era un’Armata Brancaleone di Don Abbondio. In questo senso D’Alema, che mi ha sempre attratto come una jam session tra Bianca Atzei e il Poro Schifoso, ha avuto il coraggio di gridare il suo “no” al referendum e di descrivere Renzi per quel che era, è e sarà: ovvero niente. Evidentemente, per far dire qualcosa di sinistra a D’Alema, serviva Renzi. E da questo si capisce come anche Matteo, nel suo piccolo, una ragione di vita politica forse ce l’abbia.

Molte cose, adesso, sono cambiate. Dopo il meraviglioso Golgota del 4 dicembre, che – ve lo ricordo – è ora Festa Nazionale della Torcida Inesausta e ha per inno Another Brick In The Wall Part 2, il tappo è alfine saltato. Renzi non ha più il partito sotto controllo. Le parole di Emiliano sono durissime. Le parole di Rossi sono durissime. Un ipotetico partito dalemiano è accreditato al 12-14%, che con questa legge elettorale (di merda) non è poco. Persino Bersani non esclude più la scissione. E la stessa vittoria di Hamon dice che c’è spazio per la sinistra. Certo, permane qualche pontiere, tipo Speranza – il cui carisma non smette di accecarci – e Cuperlo, ma lo strappo pare irrecuperabile.

La coperta di Renzi è sempre più corta e lui pare sempre più bollito (c’mon). Eppure il Podista Bolso di Rignano, che non va mai – mai – dato per finito, vuole le elezioni subito. Perché? La Consulta, se possibile, ha reso l’Italicum (ennesimo troiaio renziano) persino più inverecondo. Via il ballottaggio, permangono però i capilista bloccati e le multicandidature. Siamo di fronte a un proporzionale con premio di maggioranza al 40%. Il premio va però alla lista e non alla coalizione: quindi, salvo miracoli (?), non va a nessuno. Siamo passati dall’Italicum all’Itatroiaium. Che culo.

Renzi è a oggi lontano dal 40%. Neanche due mesi fa ha preso un cazzotto prodigioso (si vola) e nessuno che lo odiava il 4 dicembre ha certo cambiato idea. Eppure lui vuole andare a votare subito, a costo di far saltare Gentiloni, magari sulla (ovviamente impopolare) manovra correttiva. Perché?

1. Perché Renzi è un politico debole e sopravvalutato. La Storia, tra cent’anni, si butterà in terra dal ridere pensando a come un paese civile arrivò a credere a un tizio così improponibile. Renzi, di per sé impalpabile, non ne indovina una dalle Europee 2014 e ha il talento di Gabriel Garko. E’ convinto che il 40% che ha votato “sì” sia suo e quindi lo voterà ad aprile o giugno. Idolo.
2. Perché ha reagito al calvario delizioso del 4 dicembre (vamos) fingendo di avere preso un buffetto in testa e non un treno in faccia. Come se nulla fosse successo. Ora, come ha scritto lunedì Galli della Loggia sul Corriere della Sera, si comporta mestamente come un capocorrente qualsiasi, che sta sempre al telefono e spartisce poltrone, convinto che nulla sia cambiato. Una prece.
3. Perché teme che la sua parabola, a oggi meravigliosamente discendente (daje), scenda sempre più col passare dei mesi. Più lui attende, più lui crolla. We hope so, man.
4. Perché –soprattutto – vuole tenere il partito sotto scacco, negando il Congresso, facendo fuori la minoranza (limite terzo mandato), candidando solo i fedelissimi (capilista bloccati) e garantendosi almeno un’altra legislatura in posizione di comando. Non è che Renzi voglia votare subito per vincere, sebbene un po’ ci speri (e in questo paese tutto è possibile, anzitutto l’Apocalisse): vuole votare subito per garantirsi un vitalizio personale. Un futuro politico. Un extratime di ribalta suppletiva.

Ed è qui che, ancora, tocca alla minoranza (minoranza?): quando l’avversario è nella polvere, non si perde tempo: gli si dà, politicamente, il colpo di grazia. Altrimenti poi quello prima o poi rialza la testa. E ricomincia a fare danni. Tanti danni. Del resto è l’unica cosa che sa fare.