La sua partita con la vita è durata 91 anni. E siccome ci sembrava destinata a non finire mai, anche la scritta “Game Over” è apparsa sui nostri schermi con più di una settimana di ritardo per specifica volontà dei suoi familiari.

Probabilmente la morte, per poterlo “battere”, si è tinta di giallo e ha assunto una forma circolare cui era stato strappato un triangolo così da sembrare la faccia di una pallina famelica. Così facendo – camuffata da PacMan – si è mangiata una delle pedine più importanti della creatività mondiale, portandoci via non un vecchietto ma un ragazzino che non aveva più spazio per le candeline sulla sua torta di compleanno.

Il 22 gennaio scorso, infatti, è morto Masaya Nakamura, l’indimenticabile inventore di un videogame storico, anzi del videogioco per antonomasia, il cui talento in Giappone era stato riconosciuto istituzionalmente nel 2007 con il conferimento del massimo rango dell’Ordine del Sole Nascente.

pacman-puckmanLaureato in ingegneria navale allo Yokohama institute of technology nel 1948, pochi anni dopo avvia una azienda produttrice di piccole giostre per bimbi destinate ad essere installate nei centri commerciali. Solo negli anni settanta lascia la vocazione per i prodotti “tradizionali” per indirizzare le sue risorse e le sue idee su soluzioni per l’intrattenimento basate sui cosiddetti “arcade games”, che sfruttavano a pieno ogni novità tecnologica per ottenere il massimo coinvolgimento del giocatore impegnato dinanzi a un monitor. Un volante “vero” e la visione di una pista proiettata sullo schermo sono il suo minotauro: l’incrocio mitologico della meccanica con l’elettronica comincia proprio con “F1” che permette agli appassionati di simulare una vera e propria corsa con un bolide da Formula 1. Siamo nel 1976 e Nakamura è davvero in corsa per bruciare ogni traguardo commerciale. Si compra anche la divisione nipponica di Atari e indirizza il suo impegno su passatempi sempre più digitali.

In pratica è uno dei responsabili, non ce ne voglia la buonanima, dell’assassinio di flipper e calciobalilla: nel 1979 escono le sue “macchinette” con cui è possibile giocare a “Galaxian” (i “marzianetti” che superano in qualità lo “Space Invaders” che ha aperto la stagione della strage di alieni e dischi volenti nei bar di tutte le città) ma il meglio deve ancora venire.

Nel 1980 Nakamura tira fuori “Pac Man”, la memorabile pallina che si muove in una sorta di dedalo puntando a mangiare il maggior numero di puntini e fantasmi sul suo percorso e cercando di sfuggire a questi ultimi quando – cambiato colore – diventano pericolosamente venefici.

Voglio fermare il tempo qui, quasi a non voler pensare che gli anni trascorrono, ma prima di chiudere domando a chi legge se si è mai chiesto da dove salta fuori il nome “Pac”.

Per chi non conosce l’origine anagrafica di questo memorabile passatempo, il protagonista di questo gioco è stato “battezzato” in modo onomatopeico, perché “pakku” era – secondo Masaya Nakamura e il suo fido Toru Iwatani – il suono che si sentiva quando venivano divorati puntini e fantasmi.

Requiescat in pace, Masaya. E che nasca qualcuno che al tuo posto ci regali di nuovo uno svago così innocente.

@Umberto_Rapetto