Il piano per la fusione IntesaGenerali “riporta alla memoria il disastro Abn Amro“, cioè “l’accordo finanziario più tossico della storia”. Così un editoriale del Financial Times lancia l’allarme sui rischi della possibile acquisizione della compagnia di assicurazione da parte della banca guidata da Carlo Messina. Secondo l’autore, Patrick Jenkins, “ci sono alcuni sgradevoli parallelismi con uno dei peggiori accordi di fusione della storia, quello tra Abn Amro e la Royal Bank of Scotland nel 2007″. La banca olandese fu acquisita dal gruppo britannico, che l’anno successivo registrò una perdita record e fu salvata con un intervento pubblico, in consorzio con Fortis e Banco Santander. Quest’ultimo avrebbe poi ceduto Antonveneta a Mps per 9 miliardi di euro, operazione da cui sono nati molti dei guai di Siena.

Il quotidiano economico-finanziario britannico fa i dovuti distinguo, evidenziando che “l’accordo è più piccolo” di quello tra la banca britannica ed il gruppo assicurativo olandese perché “Generali ha una capitalizzazione di 24 miliardi di euro e quindi, anche se sarà pagato un premio, qualsiasi acquisizione varrebbe meno della metà dei 71 miliardi necessari per rilevare Abn”, ma “ci sono “cinque appariscenti similitudini che dovrebbero suggerire al management e agli investitori una pausa di riflessione“.

Le cinque similitudini, che corrispondono ad altrettante criticità, secondo Jenkins sono la tempistica (“il settore bancario italiano è inondato di crediti deteriorati”), il fatto che l’advisor è lo stesso, quell’Andrea Orcel che all’epoca era in Merryll Lynch ed ora dirige Ubs, l’architettura dell’accordo che appare simile (si parla di vendere parte degli asset rilevati), il carattere ostile dell’operazione e il fatto che il gruppo creato dalla fusione sarebbe importante a livello sistemico.

Certo ci sono anche “significativi argomenti a favore” del deal: oltre ai “tipici risparmi di costi”, Intesa vede “grandi sinergie di ricavi” attraverso il cross-selling con le rispettive reti distributive e i benefici sul capitale che deriverebbero dal ‘Danish compromise’, il trattamento degli investimenti assicurativi come attivi ponderati per il rischio, “con un aumento potenziale del Core Tier 1 del 2%”. Tuttavia, conclude Jenkins, “Messina è noto per il suo stile conservatore. Questo dovrebbe renderlo motlo diffidente da qualsiasi cosa inviti a fare paragoni con uno degli accordi più tossici di sempre”.