C’è una sottile linea di confine tra il degrado in quanto tale e certe storie che, seppur figlie dei tempi di oggi nella Grecia dei quattro memorandum, non possono lasciare insensibili cittadini e cittadine.

Nella regione della Macedonia orientale, a Komotini, un 15enne sordomuto ha abusato di un bimbo di 6 anni e poi lo ha strangolato, lasciando quel corpicino abbandonato in un tugurio con mani e piedi legati. I dettagli dell’efferato gesto sono drammatici, perché ci portano a vedere un qualcosa che il vecchio continente ha deciso di ignorare. Ma che, gioco forza, sta debordando sempre più con argini ormai rotti.

In primis la location. Vivevano in un campo rom, senza luce né acqua, in una sorta di limbo ancestrale dove le lancette della civiltà si erano fermate, e di molto. Non solo un ghetto sociale, ma una sorta di strappo verso quella globalizzazione che se da un lato ha dato, dall’altro ha imposto e preso. Non c’erano in quel campo di baracche e falò né Ong né volontari, né tantomeno l’occhio dello Stato che ha scelto di non accendere una luce in quella direzione, come verso le mille storie che gli ospedali ellenici raccontano quanto a neonati spariti in un batter d’occhio. Con scene da terzo mondo che si sono trasferite di qualche parallelo più in qua.

In secondo luogo il concetto. Campi rom come quello di Komotini non potranno che moltiplicarsi se il paese e, quindi i comuni, non hanno più fondi per tamponare un’emergenza che è lì, immobile, da anni ormai, come in altre zone dell’entroterra. Dove nessuno ha inteso muovere un dito, in spregio dei diritti di tutti: di chi arriva e di chi ospita. Come a Fàrsala, nel centro esatto della Grecia, famosa per aver dato i natali al Calvàs, uno dei dolci più antichi e carichi di storia, legato a forti contaminazioni orientali. Tutti, deputati, sindaci e governatori, sanno cosa accade ma, anziché immaginare una via di fuga come è stato fatto, con mille discrepanze, per il caso migranti, scrollano le spalle. L’entroterra non interessa, né fa notizia. Salvo, poi, per le percentuali che salgono nei sondaggi di Alba dorata.

Tutti invece si occupano, ma solo per fare dichiarazioni ai media, della neve che, copiosa, è caduta in questa settimana in tutta la Grecia, finanche sulle isole. Anche in quelle dove le tende che ospitano migranti e rifugiati si sono trasformate in freezer a cielo aperto, con condizioni che da disumane sono diventate praticamente folli. Ogni giorno un’invasione di impegni e promesse, ma dalle parti di Lesbos, Kos e Chios i microfoni delle tv non vengono più spediti: troppo rischioso registrare davvero cosa accade e cosa pensano cittadini e migranti.

Una polveriera, pronta a detonare nuovamente. Lo dicono gli agricoltori, da ieri di nuovo impegnati nei blocchi stradali in tutta la Grecia con migliaia di trattori in fila indiana su strade e autostrade. Non chiedono prebende, finanziamenti a pioggia o danari a fondo perduto. Solo che il petrolio non sia così caro, e che un mondo che rappresenta il 70% della vocazione del paese non venga schiacciato ancora di più da chi, esattamente due anni fa, era stato votato per risollevarlo. Era il gennaio del 2014 e il giovane rivoluzionario che dal 2% aveva portato il suo movimento a farsi di governo e di maggioranza, chiedeva (e otteneva) la fiducia ai dieci milioni di cittadini ellenici che in piazza borbottavano: “Ci chiedono altri sacrifici? Facciamoli, ne varrà la pena”. E lo avevano rivotato.

Oggi dopo 24 mesi le riforme promesse vanno a singhiozzo. Quella delle frequenze tv è stata rigettata dal Consiglio di Stato. Quella sul lavoro ha prodotto licenziamenti e altri scioperi. Quella sui privilegi degli armatori non è stata neanche abbozzata. E la Grecia pian piano affonda. Con professionisti di 70 anni che aspettano ancora la liquidazione, 40enni che emigrando in Australia e Norvegia con figli e laurea in valigia, e l’ombra di elezioni anticipate che metteranno in scena l’ennesima tragedia: sul palco promesse, ma dietro le quinte la disperazione.