di Antonio Madeo

Quando gli storici del futuro analizzeranno il caso Italia rimarranno sbalorditi e increduli su come sia stato possibile portare un grande Paese, dotato di infrastrutture ed economia avanzate, di Università e corpi sociali intermedi, ad uno stadio così prossimo al collasso sociale ed economico come quello attuale. Ciò che sorprenderà di più sarà vedere l’assoluta mancanza di una visione strategica degli interessi nazionali e della difesa degli stessi da parte delle dirigenze politiche ed economiche che si sono succedute in Italia nei primi due decenni del XXI secolo. E ancor di più sorprenderà lo spirito di sopportazione e la pazienza con cui le classi medie italiane hanno vissuto la cosa.

In un contesto di globalizzazione esasperata dove altre economie invece si muovono veloci e rapide nel perseguire le loro strategie produttive e commerciali ciò per l’Italia semplicemente è stata ed è una situazione suicida.

In sostanza il Paese ha affrontato eventi storici epocali quali l’ingresso della Cina nel Wto, l’adozione dell’euro e infine le primavere arabe, che hanno dato il via al boom delle migrazioni nel Mediterraneo, senza una chiara definizione degli interessi nazionali. Senza un’analisi seria se il Paese poteva affrontare e superare quelle sfide e come farlo. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Ma ancora oggi non riusciamo a mettere assieme le cose e gli eventi e a spiegare il caos in cui versiamo. Brancoliamo nel buio, disorientati. Stiamo assistendo alla distruzione dei nostri settori manifatturieri, che valgono molto di più di quel 25% del Pil che dicono i dati di contabilità nazionale, e stentiamo a capire perché ciò avviene.

Ma come si fa ad esporre, senza precauzioni, la nostra imprenditorialità alla concorrenza commerciale di paesi come la Cina dove una dirigenza politica tirannica utilizza cinicamente un serbatoio umano impressionante di forza lavoro (centinaia di milioni) tenuta ad una situazione molto prossima alla schiavitù e pagata quello che sappiamo? Come si fa ad abolire le quote sulle importazioni tessili (accordo multifibre che dal 1974 proteggeva il nostro settore tessile) senza capire che stai firmando la condanna a morte di uno dei tuoi settori chiave? Il made in Italy ormai è fatto in Cina o a Prato da migliaia di operai cinesi e da una pattuglia di pochi italiani superstiti. Come si fa ad aprire il proprio mercato a migliaia di operatori commerciali cinesi, bengalesi, senegalesi, marocchini e via dicendo lasciandoli senza regole, senza controlli effettivi e in sostanziale regime di evasione fiscale? Come si fa a lasciare entrare un colosso del commercio elettronico come Ali Baba senza pensare alle conseguenze che potrebbe avere?

Se a fine anni 90 avessero prospettato alle persone al vertice della Cina quello che poi è accaduto realmente avrebbero stentato a crederlo. Tanto era al di là di ogni loro più rosea previsione. E ora l’Italia, cioè:
1. un paese con una grande economia che esprime per ciò stesso una grande capacità di consumare beni e servizi. Di fatto una preda ghiotta per gli esportatori esteri;
2. Un paese che nonostante la sua struttura produttiva sia fondata sostanzialmente su settori maturi quali tessile abbigliamento, calzaturiero, siderurgia, macchinari e attrezzature (cioè gli stessi dove la Cina è forte) che volontariamente accetta di abolire le quote doganali, e si espone alla loro concorrenza.
3. Un paese che entra nel sistema monetario dell’euro e quindi rinuncia alla sovranità monetaria e a potere fare svalutazioni competitive, proprio mentre inizia a farlo la Cina.
4. Un paese infine che consente di entrare ed operare in totale libertà sul proprio territorio ad un esercito di piccoli imprenditori esteri mandati in avanscoperta.

Quale situazione migliore?

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